mercoledì 23 febbraio 2011

JESI LIBERO COMUNE



Jesi libero Comune


Alla maniera di Ottone I e di Ottone III, anche il successore di quest'ultimo, Enrico II di Sassonia, riconobbe alla Chiesa il possesso dei suoi territori, fra i quali la città di Jesi; ma anche quello di Enrico II era un riconoscimento interessato perché concesso solo per poter essere incoronato da papa Benedetto VIII. Ed infatti Gregorio VI si lamentava apertamente che imperatori, re, principi e persone di altri ordini avevano invaso i territori della Chiesa e vi facevano da padroni.
Questa situazione era però aggravata, oltre che dalla grande confusione che regnava in tutta Italia, dalla corruzione che aveva contaminato tutti gli ordini della vita ecclesiastica. Cos'era successo? Era successo che la Chiesa, nel corso dei secoli, aveva accumulato notevoli ricchezze e queste avevano finito col suscitare sempre più la cupidigia dei sovrani e dei feudatari. I quali, per entrarne in possesso, avevano scelto la via meno rischiosa e più ignominiosa: manipolando uomini e leggi, facevano eleggere parenti ed amici nelle cariche più alte della gerarchia ecclesiastica. Gli abati, i vescovi e lo stesso pontefice non erano più scelti fra persone di vocazione religiosa, ma tra feudatari ambiziosi, ignoranti e viziosi.
L'OPERA DEI BENEDETTINI
Le cose si aggravarono in modo particolare dopo Ottone I in seguito alla creazione dei «vescovi-conti»; tutti i vescovi, infatti, erano allora nominati soltanto dagli Imperatori, i quali, per ricavare denaro, si erano messi a vendere le cariche ecclesiastiche al miglior offerente. Una specie di baratto, passato alla storia col nome di Simonia. Fu a questo punto che, condannando quegli scandali e quel disordine, intervennero con fermezza e rettitudine i monaci benedettini.
Già si è fatto cenno, nel capitolo precedente, ai monaci benedettini. Ma è doveroso riparlarne e più diffusamente, data l'importanza che la loro opera ebbe nella rinascita della Vallesina.
I Benedettini erano qui giunti attorno al 750. Allora la nostra zona era quasi completamente ricoperta da boscaglie e paludi. Tra le selve rimaste più famose per la loro vastità si ricordano quelle della Castagnola, che da Chiaravalle si estendeva fino al mare, e della Gangalia, stendentesi per lungo tratto nelle colline e nel piano tra levante e mezzogiorno di Jesi; essa fu interamente distrutta nella prima metà del secolo XVII; nel secolo precedente vi scorrazzavano i lupi, i quali ai nobili jesini davano occasione di clamorose cacce; la contrada ancor ritiene il nome. Altre selve della Vallesina erano il Cerreto e il Gualdo sulla collina a sinistra dell'Esino, la Selva Bandita e il Guardengo tra Morro e Monsanvito, la Sterpara verso Moie sulla destra, la Selva Santa tra Maiolati e Castelplanio, la Tessenaria fra Rosora, Castelplanio e Poggio San Marcello, le selve della Romitella, del Paganello, di Sant'Andrea, della Cesola e la Selva Lunga nel perimetro segnato da Cupramontana, Apiro, Staffolo e il Musone.
Prima opera dei Benedettini fu quella di sboscare il terreno, ridurlo a coltivazione: sgorgavano paludi, disseccavan laghi, correggevano il corso dei torrenti e dei fiumi, facevano argini per impedire le inondazioni, irrigavano le campagne con l'acqua del fiume, aprivano strade, costruivano ponti. Nei campi si estendevano messi di grano, vigneti, frutteti ed oliveti. E lungo l'Esino venivano costruendo molini sia da grano che da olio (nel 1295, in un tratto di appena trenta chilometri, se ne conteranno addirittura una sessantina).
I Benedettini erano quasi tutti laici; tra essi rari erano i sacerdoti; sembra, anzi, che lo stesso San Benedetto non avesse mai ricevuto gli ordini sacri. Erano però vincolati dai voti della povertà volontaria, della castità perpetua e della obbedienza in ogni cosa. Nei loro monasteri — naturalmente avevano avuto cura di edificarne anche nella Vallesina — la vita sociale era presente in ogni suo aspetto: vi erano scienziati e letterati, artisti e manufattieri, operai ed agricoltori. Pertanto, oltre che dedicarsi al lavoro dei campi, questi monaci erano capaci di qualsiasi opera: d'artigianato e d'arte. Commerciavano poi i prodotti della terra ed i manufatti nei grossi mercati che si svolgevano periodicamente presso gli stessi conventi (alcune delle fiere che oggi vanno per la maggiore ebbero inizio a quei tempi e continuano a tenersi negli stessi luoghi, anche se molte cose sono cambiate).

VENTISEI ABBAZIE
Attorno al Mille la Vallesina era popolata di abbazie. Dopo quattro secoli e più dall'arrivo dei Benedettini, una quantità sterminata di chiese era sorta dappertutto: non meno di ventisei erano i monasteri benedettini nella Vallesina e le celle monastiche (piccole case con pochi monaci) dovevano essere ben più numerose. Di quei ventisei monasteri, undici erano ubicati nell'attuale territorio del nostro Comune.
Delle abbazie di Santa Maria del Piano e di San Nicolò abbiamo detto in precedenza. Le altre erano: l'abbazia di San Savino, che sorgeva vicino all'area della chiesetta di oggi (che è del 1500), e di cui sono visibili i resti in Viale Don Minzoni; l'abbazia di San Marco, la cui chiesa è senza dubbio uno dei più preziosi gioielli architettonici di Jesi; l'abbazia di San Luca, ceduta poi dai Benedettini agli Agostiniani Calzati che intitoleranno appunto la chiesa a Sant'Agostino (oggi dissacrata, in piazza Colocci); l'abbazia di Santa Croce Urbana, situata presso l'attuale piazza Spontini (la chiesetta, di modeste dimensioni, si trovava all'imbocco di vicolo Fiorenzuola: di questa chiesetta, a detta del Cecon, sarebbe rimasta soltanto la porta); l'abbazia di San Settimio con la chiesa cattedrale, che i Benedettini avevano costruito nel cuore della città e precisamente sull'area ove sorge il duomo attuale (era sede del vescovo: «prima del secolo XIII — osserva l'Annibaldi — i vescovi erano quasi tutti benedettini»); l'abbazia di Santa Croce Rurale, che era situata all'uscita di Jesi, nei pressi del bivio per Tabano: sul luogo ove sorgeva v'è oggi una nicchia con un'immagine della Madonna con il Cristo morto; l'abbazia di San Lorenzo, a proposito della quale sappiamo solo che era situata fra Jesi e Chiaravalle; l'abbazia di San Chiaro, che sorgeva sulla sinistra del fiume (ma non si è riusciti a localizzarne l'esatta ubicazione); e l'abbazia di San Lorenzo di Maccarata o Mazzangrugno.
A proposito delle due chiese di Santa Croce, non si ha alcun dubbio sulla loro esistenza. Ne fanno fede alcuni documenti, fra i quali una bolla pontificia del 1133 con la quale Papa Innocenzo II confermava ai frati di Fonte Avellana i beni di loro proprietà nello Jesino, fra cui «la chiesa ed il monastero di S. Croce verso Tabano e Campolungo». Della antica chiesa di San Settimio ci rimane oggi — conservata nel museo civico — un'ara marmorea monolite che si trovava nell'altare di S. Giovanni di quella cattedrale; si tratta del più antico monumento sacro jesino: è fornito di un'epigrafe in esametri nella quale si dice che un certo abate a nome Pietro nel 1084 l'aveva dedicata al Signore e ai SS. Giovanni Battista ed Evangelista; sulla stessa ara sono scolpiti, in maniera piuttosto rozza, i simboli dei quattro evangelisti.
Tra gli altri monasteri benedettini più importanti della Vallesina, ricordiamo quelli di Chiaravalle (anticamente detto di Santa Maria di Castagnola), di Santa Maria di Moje, la Romita di Cupramontana, le abbazie di San Lorenzo di Cupramontana, di Sant'Apollinare e di Sant'Elena. Quest'ultima, che sorge sul punto di confluenza dell'Esinante nell'Esino, sarebbe stata fondata da San Romualdo tra il 1005 e il 1009, insieme ai monasteri di Valdicastro, di Sant'Urbano e di San Vittore alle Chiuse: cosa possibilissima, perché il Santo ravennate, dei Camaldolesi, aveva tenuto nello Jesino molte predicazioni ed ebbe sepoltura proprio in Valdicastro.

La Storia di Jesi

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