martedì 8 marzo 2011

FEDERICO II





IL CONTADO JESINO

La costituzione dei Comuni, se portò ad una nuova organizzazione politico-amministrativa delle città, non significò però la fine di ogni conflitto. Fu l'inizio, anzi, di una nuova serie di lunghe lotte, perché i Comuni più grandi tendevano ad espandersi a danno dei Comuni più piccoli. E siccome i primi cercavano aiuto nell'Imperatore tedesco ed i secondi nel Papa, nacquero i due grossi «partiti» dell'epoca: quello dei guelfi, che si appoggiava all'autorità ecclesiastica, e quello dei ghibellini, che parteggiava per l'impero.
I Comuni, per la verità, erano sempre soggetti o al Sacro Romano Impero di Germania o allo Stato della Chiesa, ma si adattavano malvolentieri a tale sudditanza; si erano dati leggi proprie, eleggevano in piena autonomia i propri magistrati e se dovevano farsi guerra non andavano a chiedere il permesso di nessuno. Inutile dire che né il pontefice né l'imperatore vedevano di buon occhio le smanie indipendentistiche dei Comuni e consideravano ogni loro atto non preventivamente autorizzato come un gesto di aperta ribellione.
IL BARBAROSSA
In Germania, soprattutto, la cosa non era tollerata, tanto che un grande imperatore della casa Sveva, Federico I detto il Barbarossa, discese alla fine in Italia con un forte esercito deciso a far rispettare la propria autorità. Varcò le Alpi, assalì e distrusse le città ribelli, ponendo poi a capo di ogni Comune a lui soggetto un podestà tedesco dal pugno di ferro. Federico Barbarossa non si limitò a far valere la sua autorità sulle regioni italiane del Sacro Romano Impero ma, com'era nelle abitudini di tutti gli invasori, entrò più volte nelle province della Chiesa. Si spinse anche dalle nostre parti, quindi, e fu nel 1155, nel 1158, nel 1167 e nel 1173; nelle due ultime «calate» il suo esercito fu sotto le mura di Ancona; nell'ultimo assedio ci fu l'olocausto dell'eroina anconitana Stamira. Durante il combattimento un difensore della città getto una botte piena di resina e pece davanti agli steccati, ma essendo finita in mezzo alle forze nemiche, nessuno si azzardava ad incendiarla. Fu allora che una donna vedova, di nome Stamira, sprezzante del pericolo, impugnata una scure spezzò la botte e vi appiccò il fuoco. L'incendio così appiccato si propagò lungo tutto il fronte nemico distruggendo macchine da guerra e ripari sotto gli occhi attoniti dei nemici. Pur se il combattimento provocò perdite numerosissime da entrambe le parti, gli anconetani stremati dalla fame, grazie a quell'episodio, poterono rifornirsi di viveri, riuscendo ad importare dentro la città molti cavalli sì vivi come morti, dei quali nemmeno le intestina gettarono via (Buncompagno da Signa). Una lapide all'ingresso del Lazzaretto vanvitelliano è stata posta in ricordo dell'eroico gesto così come un quadro dell'anconetano Podesti ritrae l'evento ammirabile nella Pinacoteca civica di Ancona.
Ma soprattutto nel Nord, non tutti i Comuni accettarono passivamente il pugno di ferro del Barbarossa: trentasei Comuni si coalizzarono firmando a Pontida quella Lega Lombarda i cui uomini, sotto la protezione di papa Alessandro III, nel 1176 affrontarono e sconfissero le truppe tedesche a Legnano, in una memorabile battaglia. Fu un serio colpo per il Barbarossa, che si vide costretto a riappacificarsi col papa e coi Comuni. La pace fu firmata a Costanza, in Germania; fra l'altro, l'imperatore si impegnava a restituire al Papa tutti i suoi possedimenti romani; quanto a Spoleto, alla Marca d'Ancona e alla Romagna, pur non escludendosi l'amministrazione pon¬tificia, si conveniva che erano terre appartenenti all'impero. Tutto questo è molto dubbio; vero o no, comunque, sta di fatto che il nostro territorio rimase per lungo tempo oggetto di conte¬stazioni fra l'una e l'altra parte.
Federico Barbarossa, sconfitto nel Nord Italia, si riparò nel Sud, impossessandosi del regno di Sicilia con un'abile mossa diplomatica: infatti fece sposare il figlio Enrico VI con Costanza d'Altavilla, ultima erede di quel regno. Il matrimonio fra Enrico VI e Costanza fu celebrato nel 1186; otto anni dopo, dalla loro unione, nasceva a Jesi Federico II.
NASCE FEDERICO II
Costanza aveva avuto un'infanzia ed una giovinezza difficili. Evidentemente l'oroscopo non le era stato favorevole se i «luminari della corte di Buggero II, padre di Costanza, erano convinti che la giovanetta dovesse rappresentare la rovina del regno; ed infatti erano riusciti a convincere il sovrano a chiuderla in un convento. Era già sulla trentina quando Costanza, per ragioni di Stato, venne tolta dal chiostro e mandata in sposa ad Enrico VI, di undici anni più giovane di lei.
I rapporti fra i due coniugi non erano stati propriamente idilliaci. A noi basti sapere che nel dicembre del 1194 Costanza, in viaggio attraverso la Marca d'Ancona per raggiungere il marito in Sicilia, fece sosta a Jesi. Non era la prima volta che i reali di Sicilia si trovavano nella nostra città: già nel 1186 Jesi aveva ospitato Enrico VI che da qui aveva spedito diplomi a favore dei monasteri di Porto Nuovo, vicino ad Ancona, e di San Michele in Quadrigaria presso Cupramontana.
A quel tempo Jesi era già un notevole centro di attività commerciali ed artigianali; e molte erano le chiese, che costituivano i nuclei fondamentali della vita sociale dell'epoca. Il numero delle chiese e delle parrocchie era tanto copioso che sarebbe incredibile se non ci fosse attestato da irrepugnabili documenti contemporanei: ben tredici erano le chiese parrocchiali entro le mura castellane ed almeno una ventina quelle nel restante territorio del Comune. L'Annibaldi le elenca: entro il pomerio, la cattedrale, San Pietro, San Paolo, San Bartolo, Sant'Eutizio, Santa Croce, San Martino, San Benedetto, San Giorgio (poi San Floriano), Sant'Antonio, San Luca, San Clemente ed una chiesa della Posterma; fuori del pomerio, Santa Maria del Piano, San Savino, San Marco, Santa Croce presso Tabano, San Procolo, San Nicolò, San Giovanni della Valle, San Giovanni in Terravecchia, San Donato della Valle, Sant'Andrea della Valle, Santa Maria di Lacco, Santo Stefano della Buzzaia, Sant'Andrea di Mussizzano, San Martino della Granita, San Tommaso, SS. Filippo e Giacomo, Sant'Agostino (poi San Pietro Martire), San Cristoforo e San Claro, che però non è certo fosse nelle circostanze di Jesi.
Lo stesso Annibaldi arguisce che nell'intera Vallesina esistessero a quel tempo «un seicento chiese», vale a dire «una chiesa per ogni chilometro quadrato». Non vi erano, naturalmente, solo chiese. Esistevano già, come si è detto, anche le scuole e le «fraternite» delle arti. Ed anche ospedali. Ve ne erano tre: di Santa Lucia, di Sant'Antonio e di San Giovanni in Terravecchia; quest'ultimo (ubicato ov'è l'attuale palazzo delle poste) si vuole istituito nel 1084.
Una città che si andava sviluppando, dunque, era Jesi allorché nel 1194 vi giunse Costanza d'Altavilla; la quale il 26 dicembre di quell'anno dava alla luce, nell'allora piazza San Giorgio (oggi Federico II), colui che diventerà il più grande personaggio della Casa Sveva.
Oggi nessuno più osa mettere in dubbio che Federico II sia nato a Jesi. Ma in passato ci furono delle contestazioni. Alcuni sostenevano che fosse nato a Palermo, altri a Messina, altri ancora ad Assisi. Si fece anche nome di Jelsi, nelle Puglie. Ma già tre scrittori dell'epoca avevano dato la giusta versione: Riccardo da San Germano, un anonimo cassinese e Fra Salimbene da Parma. E a fugare ogni dubbio, poi, penserà lo stesso Federico II con una lettera indirizzata agli Jesini, di cui diremo in seguito.

SULLA PUBBLICA PIAZZA
Anche sulla nascita del grande Svevo furono dette e scritte molte cose a sproposito. «II livore dei suoi nemici si sbizzarì in mille modi contro di lui e contro l'augusta donna che gli fu madre — scrive il Gianandrea —. Si disse che il parto di Costanza fosse supposto, che fosse finta la sua gravidanza, che non poteva aver figlioli perché ormai vecchia. S'inventò che innanzi di andare a marito fosse monaca, che la prosciogliesse dai voti l'arcivescovo di Palermo. Un cronista ce la dipinge perfino zoppa e guercia. E tra le invenzioni ci fu anche questa, che Federico II era figliuolo di un beccaio di Jesi».
La diceria sull'età di Costanza è ripresa anche dai nostri storici più remoti. Per il Grizio, ad esempio, ella era donna di cinquant'anni; per Tommaso Baldassini era una donna attempata e passava i cinquant'anni. Ma il Gianandrea ha pronta la replica: coloro i quali «divulgarono la sciocca fiaba non si diedero pensiero di riscontrare le date, e le date sono queste: Costanza fi-gliuola postuma di Ruggero II normanno re delle Due Sicilie, nacque nel 1154 ed andò sposa ad Enrico VI figliuolo di Federico Barbarossa nel 1186. Aveva allora dunque trentadue anni, laddove il marito ne aveva ventuno. Quando partorì Federico II era sui quaranta, età ancora ragionevole per aver figliuoli».
«Una leggenda che ha relazione con quel parto supposto — conclude il Gianadrea — narra che lo sgravarsi di Costanza avvenne quasi pubblicamente, per togliere ogni sospetto d'inganno, sotto un padiglione innalzato sulla piazza maggiore, anzi l'unica allora di Jesi. Al parto furono presenti, come narrano parecchi storici, molti baroni e gentildonne, il Legato apostolico e, secondo Alberto abate stadense, quindici prelati tra vescovi e cardinali...». Pare che in un primo momento al neonato venisse dato il nome di Costantino; ma anche questa è una delle tante voci sulla avventurata e avventurosa nascita del grande Svevo.
Poiché Costanza aveva fretta di raggiungere il marito in Sicilia, il piccolo Federico II fu lasciato a Jesi, affidato alle cure dei conti Pietro di Celano e Berardo di Loreto. Fu poi accompagnato a Foligno, dove passò sotto la custodia della duchessa di Spoleto.
Nel 1197, a soli 32 anni, improvvisamente Enrico VI moriva. Costanza incaricò alcuni conti d'Apulia di prelevare il regio infante a Foligno per portarlo a Palermo, dove l'anno dopo, nel giorno di Pentecoste, con una fastissima cerimonia di rito bizantino, Federico II veniva incoronato re. Re di Sicilia, soltanto, secondo il desiderio della madre, la quale odiava i tedeschi e non voleva che il piccolo re diventasse imperatore di Germania. Ma anche Costanza aveva i giorni contati. Nel 1198, infatti, anch'essa moriva, non senza però aver prima nominato amministratore del Regno e tutore del figlio il Papa.

mercoledì 2 marzo 2011

IL PRIMO SINDACO





PADRONI DELLA VALLESINA

Col tempo le abbazie benedettine arrivarono a disporre di possedimenti sempre più vasti. Verso il Mille o poco più, ad esempio, i monaci di Sant'Elena avevano 112 ettari di terra, quelli di Chiaravalle 146, quelli di Sant'Apollinare 160, quelli di San Savino 88, di Santa Maria in Serra 225 e quelli di Moje addirittura 430 ettari. Si può dire che in pratica tutta la Vallesina era proprietà dei monaci. La qual cosa era dovuta ai lasciti di coloro che abbandonavano la vita mondana per il saio o a donazioni di principi. Alcuni monasteri jesini avevano possedimenti anche fuori del territorio della Vallesina: si veda il caso dell'abbazia di Chiaravalle che aveva molti possedimenti anche nei territori di Ancona e Senigallia, o dell'abbazia di San Giovanni in Antignano che aveva alcune proprietà nell'Osimano; o del monastero di Sant'Elena, i cui possedimenti erano anche in quel di Camerino e di Senigallia.
E' evidente che i monaci, per quanto numerosi ed attivi, non avrebbero potuto, da soli, badare ai campi, alle opere edilizie, alle attività artigianali. Pertanto furono costretti ad assumere alle loro dipendenze intere famiglie di agricoltori prelevate dalla popolazione locale; popolazione che, se nelle passate aggressioni barbariche si era estremamente assottigliata, ora andava aumentando ed era in cerca di lavoro per vivere.
Gli individui di ciascuna famiglia divennero servi e vassalli dei monaci e furono stanziati più o meno lontani dai monasteri secondo che richiedeva la maggiore o minore lontananza dei fondi. Da questo fatto sorse un gran numero di «ville»: tra le prime, nel territorio jesino, quelle di San Marcello, Tabano, Moje, Cannuccia, Mazzangrugno, ecc. In un secondo tempo, vuoi perché la popolazione era in continuo aumento e vuoi perché si era reso necessario difendere i possedimenti monacali dagli assalitori interni ed esterni in quelle continue lotte tra i fondatori, e tra la Chiesa e l'Impero, presso queste ville, nei luoghi più elevati ed atti alla difesa, sorsero castelli più o meno grandi e ben muniti di mura, di torri, di ballatoi, di merli e di bertesche.
Gli stessi benedettini, a quanto si ritiene — e l'ipotesi appare molto attendibile, dato che i monaci a quei tempi erano padroni non solo della Vallesina ma anche della stessa città di Jesi — provvidero a rinforzare le mura cittadine, dopo che la popolazione della zona di Terravecchia era tornata ad insediarsi nell'antica città.
La Vallesina dunque era in potere dei benedettini, che esercitavano sulla popolazione la doppia giurisdizione spirituale e civile, quando nella seconda metà dell'XI secolo un nuovo e più violento conflitto vedeva di fronte la Chiesa e l'impero a causa dell'ingerenza di questo nelle cose di quella.
I benedettini avevano condotto un'aperta campagna contro la simonia e con successo, perché la Chiesa dapprima condannò la simonia stessa, poi tolse all'Imperatore il diritto di nominare il Papa ed infine fece assoluto divieto ai laici, imperatore compreso, di distribuire cariche ecclesiastiche. Un imperatore, Enrico IV, si ribellò a tale riordinamento e si ebbe da Gregorio VII la scomunica (1076). Scoppiò allora in tutta l'Italia la «lotta delle investiture», che doveva protrarsi per quasi cinquant'anni. Ci fu, per la verità, un momento in cui si credette in una rapida soluzione del conflitto e fu allorquando Enrico IV, per riconciliarsi col Papa, venne in Italia e si umiliò nel castello di Canossa davanti a Gregorio VII; ma fu solo una breve parentesi, perché l'imperatore riprese a combattere contro il pontefice, il quale poté sfuggire l'assedio in Roma solo per l'intervento dei Normanni.

ARRIVANO I NORMANNI
I Normanni, uomini del Nord (erano originari della Scandinavia), avevano raggiunto l'Italia meridionale provenendo dalla Francia (Normandia), dove erano diventati cristiani e civili. Una parte di essi, guidata da Roberto il Guiscardo, aveva cacciato i Bizantini; un'altra parte, agli ordini di Buggero, fratello di Roberto, aveva tolto la Sicilia agli Arabi. Quando Enrico IV strinse d'assedio Gregorio VII, i Normanni, che stavano risalendo la penisola, erano giunti fin verso la Vallesina, ma avevano dovuto però abbandonarla — così almeno ritengono alcuni — per correre in aiuto del Papa.
Nel 1122 finalmente, con il concordato di Worms stipulato fra papa Callisto II e l'Imperatore Enrico V, anche la guerra delle investiture ebbe termine. Otto anni dopo nell'Italia meridionale nasceva il regno di Sicilia e di Puglia per opera di Ruggero II, il quale aveva riunito tutti i domini dei Normanni nelle sue mani e se ne era proclamato re.
LIBERO COMUNE
Nel frattempo, nonostante le lotte, Goffredo di Buglione aveva guidato la prima crociata (1096-1099) per liberare la Palestina e Gerusalemme dai Turchi; ed a quella erano seguite altre crociate, le quali, pur non arrecando in definitiva alcun risultato politico, avevano comunque portato all'Europa e in special modo all'Italia grossi vantaggi economici, avendo aperto i mercati del levante. Nel contempo la lunga lotta delle investiture aveva indebolito la forza e l'autorità sia del Papa che dell'imperatore. Tutto ciò favorì il verificarsi di nuovi ordinamenti: i Comuni. Nelle città, infatti, con la riattivazione delle industrie e dei commerci, si era venuta formando una classe di uomini nuovi: la borghesia. Erano artigiani e mercanti, desiderosi di libertà, lavoro e guadagni; questi uomini diedero forza e potenza alle città di fronte ai feudatari della campagna e, insieme ai nobili, si erano accordati per governare le città stesse: nacquero così i Comuni.
Nella prima metà del XII secolo anche a Jesi si formò il libero Comune. Ma a Jesi, come abbiamo visto, tutto e tutti erano praticamente in mano ai benedettini e quindi non poteva essersi formata quella borghesia che in tante città del Nord e del Centro Italia s'era ribellata al feudalesimo, abbattendolo. Qui, pertanto, si arrivò al Comune per altra strada: l'affrancamento della popolazione dall'autorità civile dei monaci.
Secondo l'Annibaldi, nello Jesino il primo e più grande passo verso la libertà e l'affrancamento fu la cessione «in enfiteusi» dei fondi rustici e urbani a chi li lavorava e vi abitava, cioè a dire una specie di cessione in affitto dietro versamento di un canone annuo (da qui l'origine della «decima» che ancora era in uso nelle nostre campagne fino a qualche decennio fa, anche se il «pagamento» della quota, in tempi recenti, era volontario e limitato a piccole offerte). Altro passo attraverso il quale si arrivò da noi al libero Comune fu la costituzione delle associazioni, dette anche aggregazioni o fraternite, delle arti e dei mestieri. Queste associazioni in Jesi allora dovevano essere numerose, specialmente dei maestri e degli artigiani più necessari ai bisogni di tutti, come i muratori, i fabbri ferrai, i fabbri legnai, i mugnai, i calzolai ed i sartori.
Ma né l'enfiteusi né le associazioni delle arti sarebbero state valevoli da sole a rendere affrancati totalmente gli Jesini e in maniera da costituirsi in reggimento comunale. Ci deve essere stato un avvenimento o un episodio grande e comune a tutti.
«Io penso — scrive l'Annibaldi — che gli Jesini abbiano avuto a combattere contro esterni nemici in difesa di se stessi, del vescovo e dei monaci, e che in tale difesa spiegassero tanto senno e valore che per una parte essi furon fatti consci a se stessi di quanto potevano, e per l'altra il vescovo ed i monaci furon fatti accorti che i loro vassalli erano maturi per la libertà e degni dell'affrancamento, come in premio e gratitudine dei rilevanti servigi che avevano prestato ai loro padroni e dominatori».
Il motto che campeggiava sullo stemma dell'antico Comune di Jesi diceva: «Respublica Aesina Libertas Ecclesiastica» che, nell'interpretazione dell'Annibaldi, non starebbe a significare il grido di gioia degli Jesini nel ritrovarsi finalmente liberi dalla signoria degli ecclesiastici, ma confermerebbe che «l'affrancazione effettuata dai monaci e dal vescovo fu spontanea e non punto violenta» e che gli Jesini volessero anzi fissare in quel motto la loro espressione di gratitudine perenne «verso gli ecclesiastici che li affrancarono».
I Comuni di allora, così come erano costituiti e retti, non assomigliavano affatto ai Comuni moderni, che hanno (o dovrebbero avere) piena autonomia amministrativa. I Comuni medioevali puntavano invece ad una completa autonomia politica; volevano essere, cioè, tante piccole repubbliche. Li governavano capi detti «consoli», i quali comandavano l'esercito ed amministravano la giustizia. Poi c'era il parlamento, che era l'assemblea di tutti i cittadini, i quali, in quella sede, facevano le leggi e nominavano i magistrati, i consoli in carica potevano essere anche più di uno, ma in ogni caso mantenevano l'incarico soltanto un anno e dovevano rendere conto del loro operato.
IL PRIMO SINDACO
Per quanto riguardava Jesi, i rappresentanti del nostro Comune dapprincipio erano tutti artigiani aggregati a diverse scuole o confraternite. Il Comune jesino ebbe inizio con gli artigiani perché le arti furono uno dei primi fattori dell'affrancamento. Ivi non si mostrava punto la nobiltà, la ricchezza. Gli Jesini non avevano ne l'una ne l'altra, perché già servi e vassalli dei monaci e del vescovo. La loro ricchezza era il possesso e l'esercizio dell'arte, la loro nobiltà era il valore della medesima.
Il primo consiglio comunale di Jesi si chiamò «adunanza degli uomini delle arti della città di Jesi»; si teneva o nella chiesa cattedrale o nel palazzo vescovile (il che da, ragione alla tesi dell'Annibaldi a proposito dell'affrancamento) ed i «consiglieri» erano convocati al suono delle campane (l'uso è rimasto fino ad oggi, anche se ora è il campanone del palazzo della Signoria a «convocare» il consiglio). Il primo sindaco di Jesi di cui si conosca il nome — più precisamente era detto «sindaco generale delle arti» — fu Buonacosa Diotaiuti: un plauso ed un augurio insieme, come si vede.


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mercoledì 23 febbraio 2011

JESI LIBERO COMUNE



Jesi libero Comune


Alla maniera di Ottone I e di Ottone III, anche il successore di quest'ultimo, Enrico II di Sassonia, riconobbe alla Chiesa il possesso dei suoi territori, fra i quali la città di Jesi; ma anche quello di Enrico II era un riconoscimento interessato perché concesso solo per poter essere incoronato da papa Benedetto VIII. Ed infatti Gregorio VI si lamentava apertamente che imperatori, re, principi e persone di altri ordini avevano invaso i territori della Chiesa e vi facevano da padroni.
Questa situazione era però aggravata, oltre che dalla grande confusione che regnava in tutta Italia, dalla corruzione che aveva contaminato tutti gli ordini della vita ecclesiastica. Cos'era successo? Era successo che la Chiesa, nel corso dei secoli, aveva accumulato notevoli ricchezze e queste avevano finito col suscitare sempre più la cupidigia dei sovrani e dei feudatari. I quali, per entrarne in possesso, avevano scelto la via meno rischiosa e più ignominiosa: manipolando uomini e leggi, facevano eleggere parenti ed amici nelle cariche più alte della gerarchia ecclesiastica. Gli abati, i vescovi e lo stesso pontefice non erano più scelti fra persone di vocazione religiosa, ma tra feudatari ambiziosi, ignoranti e viziosi.
L'OPERA DEI BENEDETTINI
Le cose si aggravarono in modo particolare dopo Ottone I in seguito alla creazione dei «vescovi-conti»; tutti i vescovi, infatti, erano allora nominati soltanto dagli Imperatori, i quali, per ricavare denaro, si erano messi a vendere le cariche ecclesiastiche al miglior offerente. Una specie di baratto, passato alla storia col nome di Simonia. Fu a questo punto che, condannando quegli scandali e quel disordine, intervennero con fermezza e rettitudine i monaci benedettini.
Già si è fatto cenno, nel capitolo precedente, ai monaci benedettini. Ma è doveroso riparlarne e più diffusamente, data l'importanza che la loro opera ebbe nella rinascita della Vallesina.
I Benedettini erano qui giunti attorno al 750. Allora la nostra zona era quasi completamente ricoperta da boscaglie e paludi. Tra le selve rimaste più famose per la loro vastità si ricordano quelle della Castagnola, che da Chiaravalle si estendeva fino al mare, e della Gangalia, stendentesi per lungo tratto nelle colline e nel piano tra levante e mezzogiorno di Jesi; essa fu interamente distrutta nella prima metà del secolo XVII; nel secolo precedente vi scorrazzavano i lupi, i quali ai nobili jesini davano occasione di clamorose cacce; la contrada ancor ritiene il nome. Altre selve della Vallesina erano il Cerreto e il Gualdo sulla collina a sinistra dell'Esino, la Selva Bandita e il Guardengo tra Morro e Monsanvito, la Sterpara verso Moie sulla destra, la Selva Santa tra Maiolati e Castelplanio, la Tessenaria fra Rosora, Castelplanio e Poggio San Marcello, le selve della Romitella, del Paganello, di Sant'Andrea, della Cesola e la Selva Lunga nel perimetro segnato da Cupramontana, Apiro, Staffolo e il Musone.
Prima opera dei Benedettini fu quella di sboscare il terreno, ridurlo a coltivazione: sgorgavano paludi, disseccavan laghi, correggevano il corso dei torrenti e dei fiumi, facevano argini per impedire le inondazioni, irrigavano le campagne con l'acqua del fiume, aprivano strade, costruivano ponti. Nei campi si estendevano messi di grano, vigneti, frutteti ed oliveti. E lungo l'Esino venivano costruendo molini sia da grano che da olio (nel 1295, in un tratto di appena trenta chilometri, se ne conteranno addirittura una sessantina).
I Benedettini erano quasi tutti laici; tra essi rari erano i sacerdoti; sembra, anzi, che lo stesso San Benedetto non avesse mai ricevuto gli ordini sacri. Erano però vincolati dai voti della povertà volontaria, della castità perpetua e della obbedienza in ogni cosa. Nei loro monasteri — naturalmente avevano avuto cura di edificarne anche nella Vallesina — la vita sociale era presente in ogni suo aspetto: vi erano scienziati e letterati, artisti e manufattieri, operai ed agricoltori. Pertanto, oltre che dedicarsi al lavoro dei campi, questi monaci erano capaci di qualsiasi opera: d'artigianato e d'arte. Commerciavano poi i prodotti della terra ed i manufatti nei grossi mercati che si svolgevano periodicamente presso gli stessi conventi (alcune delle fiere che oggi vanno per la maggiore ebbero inizio a quei tempi e continuano a tenersi negli stessi luoghi, anche se molte cose sono cambiate).

VENTISEI ABBAZIE
Attorno al Mille la Vallesina era popolata di abbazie. Dopo quattro secoli e più dall'arrivo dei Benedettini, una quantità sterminata di chiese era sorta dappertutto: non meno di ventisei erano i monasteri benedettini nella Vallesina e le celle monastiche (piccole case con pochi monaci) dovevano essere ben più numerose. Di quei ventisei monasteri, undici erano ubicati nell'attuale territorio del nostro Comune.
Delle abbazie di Santa Maria del Piano e di San Nicolò abbiamo detto in precedenza. Le altre erano: l'abbazia di San Savino, che sorgeva vicino all'area della chiesetta di oggi (che è del 1500), e di cui sono visibili i resti in Viale Don Minzoni; l'abbazia di San Marco, la cui chiesa è senza dubbio uno dei più preziosi gioielli architettonici di Jesi; l'abbazia di San Luca, ceduta poi dai Benedettini agli Agostiniani Calzati che intitoleranno appunto la chiesa a Sant'Agostino (oggi dissacrata, in piazza Colocci); l'abbazia di Santa Croce Urbana, situata presso l'attuale piazza Spontini (la chiesetta, di modeste dimensioni, si trovava all'imbocco di vicolo Fiorenzuola: di questa chiesetta, a detta del Cecon, sarebbe rimasta soltanto la porta); l'abbazia di San Settimio con la chiesa cattedrale, che i Benedettini avevano costruito nel cuore della città e precisamente sull'area ove sorge il duomo attuale (era sede del vescovo: «prima del secolo XIII — osserva l'Annibaldi — i vescovi erano quasi tutti benedettini»); l'abbazia di Santa Croce Rurale, che era situata all'uscita di Jesi, nei pressi del bivio per Tabano: sul luogo ove sorgeva v'è oggi una nicchia con un'immagine della Madonna con il Cristo morto; l'abbazia di San Lorenzo, a proposito della quale sappiamo solo che era situata fra Jesi e Chiaravalle; l'abbazia di San Chiaro, che sorgeva sulla sinistra del fiume (ma non si è riusciti a localizzarne l'esatta ubicazione); e l'abbazia di San Lorenzo di Maccarata o Mazzangrugno.
A proposito delle due chiese di Santa Croce, non si ha alcun dubbio sulla loro esistenza. Ne fanno fede alcuni documenti, fra i quali una bolla pontificia del 1133 con la quale Papa Innocenzo II confermava ai frati di Fonte Avellana i beni di loro proprietà nello Jesino, fra cui «la chiesa ed il monastero di S. Croce verso Tabano e Campolungo». Della antica chiesa di San Settimio ci rimane oggi — conservata nel museo civico — un'ara marmorea monolite che si trovava nell'altare di S. Giovanni di quella cattedrale; si tratta del più antico monumento sacro jesino: è fornito di un'epigrafe in esametri nella quale si dice che un certo abate a nome Pietro nel 1084 l'aveva dedicata al Signore e ai SS. Giovanni Battista ed Evangelista; sulla stessa ara sono scolpiti, in maniera piuttosto rozza, i simboli dei quattro evangelisti.
Tra gli altri monasteri benedettini più importanti della Vallesina, ricordiamo quelli di Chiaravalle (anticamente detto di Santa Maria di Castagnola), di Santa Maria di Moje, la Romita di Cupramontana, le abbazie di San Lorenzo di Cupramontana, di Sant'Apollinare e di Sant'Elena. Quest'ultima, che sorge sul punto di confluenza dell'Esinante nell'Esino, sarebbe stata fondata da San Romualdo tra il 1005 e il 1009, insieme ai monasteri di Valdicastro, di Sant'Urbano e di San Vittore alle Chiuse: cosa possibilissima, perché il Santo ravennate, dei Camaldolesi, aveva tenuto nello Jesino molte predicazioni ed ebbe sepoltura proprio in Valdicastro.

La Storia di Jesi

sabato 19 febbraio 2011

FRA ROMA, RAVENNA E L'IMPERO




FRA ROMA RAVENNA E L'IMPERO
Mentre gli Jesini si sistemavano alla meno peggio nella zona di Terravecchia, in Italia le cose non procedevano nella invocata tranquillità. Jesi e la Vallesina facevano parte, come si è detto, dello Stato della Chiesa. Ma si trattava, in realtà, di un possesso poco stabile e spesso contrastato. Le terre dell'Esarcato e della Pentapoli, per essere le più lontane da Roma, erano più esposte alle influenze imperiali e di altri popoli vicini.
Anche nell'interno dello Stato Pontificio non regnava la più completa armonia. Ad esempio, i rapporti fra Roma e Ravenna. L'arcivescovo romagnolo, facendosi forte dell'appoggio dell'imperatore francese, considerava gli abitanti dell'Esarcato e della Pentapoli come suoi vassalli, imponeva loro tasse ed usurpava i beni della Chiesa romana. Il Papa, a sua volta, ingiungeva ai vescovi di non sottostare agli arbitrii dell'arcivescovo di Ravenna. Senza dire che gli imperatori francesi succedutisi dopo Carlo Magno non avevano rinunciato al diritto di disporre liberamente delle terre della Chiesa.
A questo proposito, il Natalucci ricorda che «per condannare le ingiustizie commesse dal duca di Camerino, Lodovico (l'imperatore) stabiliva, ad esempio, il suo tribunale fra Jesi e Camerino nei pressi di Ancona» . L'insubordinazione dell'arcivescovo di Ravenna cessò allorché l'imperatore Lodovico gli tolse la sua protezione, costringendolo, di conseguenza, a sottomettersi al Papa ed a limitare le sue attribuzioni.
Nel frattempo il Sacro Romano Impero andava rapidamente disgregandosi; questo perché i successori di Carlo Magno avevano fatto di tutto per mandarlo all'aria. Duchi, conti e marchesi, per rendersi indipendenti, si erano ribellati all'autorità del sovrano, cosicché in breve si erano andati formando in Europa tanti staterelli, centinaia di feudi, quali più piccoli quali più grandi. Quando nell'anno 887 l'impero fondato da Carlo Magno si sfasciò definitivamente, sorsero al suo posto vari regni (di Francia, di Germania, d'Italia, ecc.), a capo dei quali s'erano posti i feudatari più grossi. Il regno d'Italia però non comprendeva tutta la penisola, ma solo la parte settentrionale e la Toscana, cioè a dire i soli territori che erano stati un tempo dei Longobardi e che Carlo Magno aveva annesso al suo impero. Jesi e la Pentapoli rimasero sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio.
Il regno d'Italia fu tenuto prima da vari feudatari italiani e stranieri, finché cadde sotto l'autorità del re di Germania, Ottone I, il quale, divenuto imperatore (962), ricostruì il Sacro Romano Impero. Al quale cercò di annettere, manco a dirlo, le terre dell'Esarcato e della Pentapoli. Anche a Jesi quindi giungevano i nuovi «padroni»: continuava il drammatico carosello degli invasori-liberatori e dei liberatori-invasori.
La Chiesa, che non voleva rinunciare alle sue terre, cercò di porre termine, amichevolmente, agli sconfinamenti delle milizie dell'imperatore tedesco. Nella Pasqua del 967 papa Giovanni XIII e l'imperatore Ottone I si incontrarono a Ravenna, ove fu celebrato un solenne concilio; Ottone restituì allora molti beni usurpati alla Chiesa di Roma, tra cui l'Esarcato e la Pentapoli. A quel concilio era presente anche il vescovo jesino Eberardo. Altri vescovi di Jesi avevano partecipato ai precedenti concili: Pietro era intervenuto nel 743 al Concilio Romano sotto il pontificato di Zaccaria; Giovanni nell'826 al Concilio Romano sotto il pontificato di Eugenio II. Nell'853 invece il vescovo jesino Anastasio aveva sottoscritto per procura il Concilio Romano promosso da Leone IV.
Ma quella di Ottone I fu una restituzione di breve durata. Un accordo più impegnativo fra le due parti avvenne durante il breve papato di Silvestro II ( 999-1003 ): con un diploma, emanato probabilmente a Roma e munito di bolla plumbea con l'iscrizione «aurea Roma», l'imperatore Ottone III cedeva alla Chiesa otto contee delle Pentapoli e cioè Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, Fossombrone, Cagli, Jesi e Osimo.
RITORNO NELLA JESI ROMANA
A quel tempo la popolazione jesina stava ritornando sull'area dell'acropoli, dove aveva riparato e forse in parte anche ricostruito gli edifici dell'antica città. Il ritorno nell'antica sede sarebbe avvenuto a causa delle invasioni degli Ungari e Saraceni nel 950. Abbandonata la zona di temporaneo esilio e rientrati nella antica città, gli Jesini lasciarono ai soli monaci la custodia della chiesa di San Salvatore, che da qualche decennio era stata intitolata a San Nicolò (nel 950, fra le parrocchie date in beneficio a nove canonici, si ricorda per la prima volta anche la «parrocchia S. Nicolaj»); in questa chiesa avevano trovato sepoltura i resti mortali di alcuni dei primi vescovi jesini — Marciano, Calempioso, Onesto e Pietro — entro un'unica urna sotto l'altar maggiore.

La Storia di Jesi

giovedì 17 febbraio 2011

JESI CITTA' ABBANDONATA



JESI CITTA' ABBANDONATA
Nell'anno 847 un rovinoso terremoto colpiva molte città italiane. Anche Jesi non fu risparmiata; anzi, le scosse sismiche furono così violente che la città ne restò quasi completamente distrutta al punto che la popolazione superstite, sotto la protezione del vescovo e dei monaci, fu costretta ad abbandonare la città ed a rifugiarsi nei pressi della località detta di Terravecchia. Col nome di «Terravecchia» — anticamente, anzi, «Terra vetus» o «Terra guasta» — veniva designata quella parte della città attualmente compresa fra Via Mura Occidentali e Via Mura Orientali.
Secondo alcuni, l'abbandono del centro storico non fu determinato da movimenti tellurici, ma dal fatto che i barbari, con ripetute scorrerie, avevano reso inabitabile la città romana; di questo parere è anche lo storico P. Bernardino Rocchi. Secondo altri, l'esodo fu determinato da una delle tante — la più grave, anzi — delle pesti che periodicamente colpivano allora le popolazioni. Fra le tre ipotesi, ci pare di poter considerare come meglio attendibile quella del terremoto. Il quale terremoto, tuttavia, non sarebbe stato quello dell'847, in quanto, stando al Cecon, le violente scosse sismiche che provocarono lo sfollamento della Jesi romana si verificarono verso la fine del IX secolo.
Sembra certo, comunque, che per un lungo periodo di tempo la vita cittadina si svolgesse a qualche centinaio di metri dal pomerio e fece corpo attorno ad una chiesa già esistente nella zona di Terravecchia. Qui sorse la seconda Jesi, piccolo centro di povere case e capanne. Quella chiesa esiste tuttora, anche se col passare dei secoli ha subito delle trasformazioni, allontanandosi dalla primitiva struttura che doveva essere di linee piuttosto modeste o comunque di non eccezionali pretese architettoniche. E' la chiesa di San Nicolò, un tempo dissacrata, poi restaurata e riportata allo splendore originale; allora era intitolata a San Salvatore.
A proposito di questa chiesa (l'edificio sacro più antico esistente tuttora a Jesi), si è molto discusso circa l'antichità della costruzione. Vi è chi vuoi farla risalire agli albori del cristianesimo: un piccolo e modestissimo oratorio del IV secolo, trasformato successivamente in basilica. Per altri, la prima costruzione dovrebbe essere del secolo XI o X. Per altri ancora la costruzione primitiva può essere fatta risalire alI'VIII o IX secolo e senz'altro prima del Mille. I più, tuttavia, sono decisamente per l'esistenza della chiesa di San Salvatore all'epoca in cui la popolazione jesina si trasferì in Terravechia. E la chiesa, che molto probabilmente faceva parte di un monastero, sarebbe divenuta anche cattedrale. Come tale avrebbe funzionato nel IX e nel X secolo, perché il famoso terremoto che aveva devastato Jesi non aveva risparmiato la vecchia cattedrale di San Settimio; quest'ultima, edificata nel IV secolo, versava in precarie condizioni e non aveva retto al cataclisma tellurico, tanto che aveva dovuto essere chiusa al culto.
LE CHIESE PIÙ ANTICHE
A Jesi, all'epoca del terremoto dell'800, oltre alle chiese di San Settimio (ma non è storicamente provato che a quel tempo la cattedrale fosse così intitolata) e di San Salvatore, ve ne erano indubbiamente altre. Di altre tre almeno si hanno notizie, seppure imprecise e frammentarie, per non dire controverse. Merita di soffermarcisi un po'. Cominciando dalla chiesa di San Giorgio, che in seguito sarà dedicata a San Floriano.
La chiesa di San Giorgio prima edizione viene fatta risalire al VII secolo o alla prima metà del 700, epoca in cui venne edificata sull'area dell'attuale chiesa e sulle fondazioni di un tempio romano. «Non è azzardata l'ipotesi — scrisse il Cecon — che la chiesa di San Giorgio fosse opera di maestri longobardi (tecnici abilissimi, dedicati alla costruzione delle chiese e penetrati nell'Italia centrale; la maggior parte dei templi costruiti in quel periodo nel Piceno sono opera loro) con le caratteristiche architettoniche comuni a quel tempo». Sempre a detta del Cecon, la chiesa «doveva presentarsi a tre navate, divisa da pilastri fra loro collegati alla sommità da archi a pieno centro, con absidi in curva e con la travatura del tetto scoperta». Il grave terremoto di cui abbiamo detto provocò notevoli danni a questa chiesa, che tuttavia non venne mai abbandonata. Fin qui la versione di alcuni. Altri studiosi non escludono invece che la chiesa di San Giorgio sia stata edificata per la prima volta proprio negli anni immediatamente successivi al terremoto per volontà di un gruppo di Jesini (una piccola colonia di illirici) che erano rimasti in città nonostante il disastroso movimento sismico.
La chiesa di Santa Maria del Piano (quella che ci appare oggi è quanto rimane di una delle più antiche, vaste e ricche abbazie benedettine della Vallesina) o meglio l'abbazia di Santa Maria del Piano era stata edificata sull'area di un tempio pagano, di Cibele secondo alcuni, di Minerva secondo altri. Esisteva, dunque, nel 900, e superò senza grosse conseguenze la violenza del terremoto.
Infine la chiesa di San Pietro Apostolo. Premesso che non si tratta dell'attuale edificio, anche se il luogo è sempre lo stesso (la chiesa di oggi ha due secoli di vita), diremo che le origini di quell'antico tempio vengono fatte risalire alla fine del 500. A quei tempi Jesi era arroccata in cima al colle, ma alla base dell'acropoli s'era andata formando una piccola borgata che era un po' il centro degli scambi commerciali con i conduttori dei terreni agricoli che si stavano organizzando al di qua dell'Esino, allora ricco di acque. In quella borgata era stata edificata anche una cappella, sul tipo di quelle che erano distribuite un po' ovunque attorno alla città.
Nei primi anni del 700, Jesi era stata sede di un signorotto longobardo (forse un duca?), il quale aveva fatto costruire, proprio nella borgata in questione, una casa per i suoi dipendenti e per la sua servitù, ed aveva fatto anche ampliare la cappella trasformandola in una vera e propria chiesa, dotata di fonte battesimale. Non si sa se prima di allora la cappella fosse dedicata a San Pietro Apostolo; lo fu in ogni caso dopo che venne ampliata dal signorotto longobardo. E divenne in breve tempo una chiesa molto importante: era considerata regia e, per avere il fonte battesimale, ebbe conferito il titolo di pieve.
«Così Jesi allora possedeva una pieve — ha scritto il Cecon, rifacendo la storia di questa chiesa; — una pieve, ossia un diritto giurisdizionale sulle cappelle minori del territorio viciniore. E questa chiesa era certamente provveduta di monastero longobardo, con canonici e chierici, e prendeva anche nome di chiesa matrice; ed i canonici ed i chierichetti conducevano una vita in comune alle dipendenze di un arciprete. Il monastero annesso alla chiesa accoglieva tutto quell'aggruppamento di chierici e di canonici, che vivevano in comune sotto l'egida longobarda prima e carolingia poi, fino al secolo X. Grande doveva essere l'autorità accordata a questo arciprete. Infatti ancor oggi il parroco di San Pietro Apostolo ha il diritto di precedenza nelle funzioni su tutto il clero della diocesi, eccezion fatta per i canonici della cattedrale».
Anche questa chiesa, come quella di Santa Maria del Piano, non ebbe a subire gravi conseguenze dal terremoto dell'800 o comunque i danni subiti non arrecarono conseguenze immediate.

La Storia di Jesi

venerdì 11 febbraio 2011

IL BASSO MEDIOEVO (DAL 500 ALL'800 D.C.)


IL NUOVO CONFINE

Nel 584 saliva al trono longobardo Autari, il quale, dopo aver tentato di assoggettare definitivamente anche la Vallesina, nel 589 stabilì il confine del suo regno, il quale andava dalla foce del torrente Cesola sino al fiume Musone; il nuovo confine, quindi, passava a pochi chilometri da Jesi, per cui è facile immaginare che, dal momento che le ostilità fra Longobardi e Bizantini erano all'ordine del giorno (e lo furono per circa due secoli), la nostra città dovette sopportare continue sofferenze per le aggressioni, le violenze, le uccisioni dei Longobardi, sempre pronti ad affacciarsi al di là dei propri confini. Un notevole miglioramento delle condizioni dell'Italia si ebbe quando il Papato, intromettendosi fra Bizantini e Longobardi, riuscì ad attrarre a se questi ultimi — che intanto stavano perdendo la loro primitiva barbarie — convertendoli dall'arianesimo alla religione cattolica.
Bisogna tenere presente, a questo punto, che il prestigio della Chiesa era aumentato in misura considerevole e la sua influenza era spesso determinante anche nelle cose civili. Il vescovo veniva considerato quasi ovunque il personaggio più importante della città e finì per avere ampi poteri nell'elezione delle magistrature cittadine e provinciali. Ad accrescere il prestigio della Chiesa aveva contribuito in gran parte l'opera dei monaci. Il monachesimo, che aveva avuto larghissima diffusione nel V e nel VI secolo, era stato rinnovato ed organizzato da San Benedetto da Norcia o dovunque, anche nella Vallesina, erano sorti numerosi monasteri. Nei quali non solo si pregava, ma si lavorava. I monaci facevano tutti i mestieri: coltivavano i campi, insegnavano a leggere e a scrivere, trascrivevano i libri antichi, aiutavano i poveri e i miserabili, curavano gli inferrmi. Insomma, l'ordine benedettino diede una spinta decisiva al progresso civile della società d'allora.
La conversione dei Longobardi al cattolicesimo avvenne per opera di papa Gregorio (il più grande pontefice di quei tempi, a cui i posteri diedero il titolo di Magno) e per l'influsso di una regina longobarda, Teodolinda. Gregorio Magno (590-604), che era stato monaco dei benedettini, fu in effetti un grande benefattore degli Italiani in quel triste periodo della nostra storia. E le popolazioni d'Italia sottoposte ai soprusi bizantini finirono per raccogliersi intorno al papa.
LA REPUBBLICA JESINA
Jesi a quel tempo si governava in forma repubblicana e, seppure sotto la «protezione» dell'esarca ravennate, per molti aspetti era già libera ed indipendente. Che fosse retta a repubblica lo attestano anche due lettere di Gregorio Magno, scritte poco dopo che i Longobardi erano stati ricacciati da Jesi al di là della linea di confine tra il Cesola e il Musone.
A causa dell'occupazione longobarda, la sede vescovile della nostra diocesi era rimasta a lungo vacante. Dalla «Cronografia dei vescovi di Jesi» parrebbe addirittura che, dopo San Settimio, sia stata vacante per quasi due secoli. In realtà si tratta di un «vuoto» dovuto alla dispersione di ogni documento relativo a quel periodo. Dopo San Settimio (sulla cui vera identità peraltro la critica ancora discute), il primo vescovo jesino di cui si ha memoria è Marciano, sul conto del quale tuttavia gii studiosi non sono concordi nell'attribuirgli la sede dell'episcopato: non di Jesi sarebbe stato vescovo, infatti, ma di Aeca, l'attuale Troia, in Puglia. Di Marciano, ad ogni modo, si sa per certo soltanto che il 23 ottobre del 501 presenziò in Roma, con altri settantacinque vescovi, il Sinodo Palmare nel quale venne sancito il principio che il pontefice non può essere giudicato da nessun tribunale umano.
Scacciati dunque i Longobardi, Gregorio Magno, in seguito ad una precisa richiesta delle autorità civili jesine, aveva ordinato al vescovo di Ancona, Severo, di recarsi nella nostra città in visita ufficiale per eleggere il nuovo presule. La prima lettera di papa Gregorio era diretta al vescovo di Ancona: «Ora che la città di Jesi è stata, con l'aiuto di Dio, ricuperata e sappiamo che è retta dalla repubblica, si deve avere della stessa chiesa grande sollecitudine, anche perché sappiamo che per questo motivo il nostro glorioso figlio Baham, capitano delle milizie, attende sostegno e perciò ci siamo preoccupati di indirizzare la presente a te, fratello, affinché personalmente vada a Jesi come visitatore ufficiale...». Questa lettera, come l'altra che segue, naturalmente era scritta in latino.
La seconda lettera era indirizzata da Gregorio Magno «al clero, alle autorità e al popolo della città di Jesi» ed aveva per oggetto, appunto, l'elezione del vescovo: «Sapendo che la vostra chiesa è stata lungamente privata del vescovo e pastore, dopo che la vostra città è stata liberata e, con l'aiuto di Dio, restituita all'ordinamento repubblicano, ci siamo preoccupati di delegare solennemente alla visita della vostra chiesa Severo, fratello nell'episcopato e vescovo di Ancona...».
Le due lettere risalgono alla fine del 600. Come andasse l'elezione del vescovo, non si sa. Certamente fu eletto qualcuno e, dopo di lui, altri vescovi, seppure la «cronografia» elenchi, quale terzo vescovo della diocesi di Jesi, un certo Calempioso di cui si ha notizia nel 647 (non riteniamo che sia lo stesso nominato da Gregorio Magno dopo l'intervento di Severo: mezzo secolo di episcopato sarebbe un bei record!). A Calempioso seguì il vescovo Onesto (detto anche Onorato), il quale è ricordato perché nel 680 sottoscrisse una lettera sinodale con papa S. Agatone.
IL POTERE TEMPORALE
Mentre i Longobardi dirozzavano i loro costumi ed uniformavano sempre più le loro leggi allo spirito cristiano e latino, gli imperatori d'oriente, nonostante avessero le loro gatte da pelare per annose questioni interne e per una logorante lotta contro nemici esterni, non lasciavano passare occasione per inasprire gli animi degli Italiani a loro soggetti, ora con pressioni fiscali e ora con ingerenze di carattere religioso che provocavano frequenti dissidi con la Chiesa di Roma. Tutto ciò contribuì ad accrescere negli Italiani sentimenti di ribellione verso il dispotismo dei Greci. Ed alla fine si giunse, com'era inevitabile, alla rottura.
Furono due decreti dell'imperatore bizantino, Leone l'Isaurico, a far scoppiare la scintilla: col primo si raddoppiava l'imposta fondiaria e col secondo (emanato nel 726) si ordinava, contro la volontà del Papa, la distruzione di tutte le immagini sacre venerate dai cristiani. Il pontefice dell'epoca, Gregorio II, scomunicò Leone come eretico e gli Italiani si sollevarono contro i funzionari bizantini. Anche Jesi partecipò all'insurrezione, cacciando gli ufficiali greci e sostituendoli con elementi del posto.
Di questa nuova situazione cercò di approfittare Liutprando, che nel 712 era stato eletto re dei Longobardi. Liutprando, che era cattolico, mise le sue armi al servizio del papa, ma col segreto proposito di annettere al suo regno le terre dei Bizantini. Secondo alcune fonti, le città dell'Emilia, della Pentapoli e Osimo furono invase dai Longobardi; secondo altre, si sotto-misero spontaneamente a Liutprando. Sta di fatto che i Longobardi stazionarono per lungo tempo nel nostro territorio, fino a quando questo non tornò, per le insistenze del Papa (che, nonostante tutto, non voleva rompere definitivamente con Bisanzio), in potere dell'impero orientale.
Il successore di Liutprando, Astolfo, re di pochi scrupoli, decise subito di assoggettare tutta l'Italia. Occupò le terre dell'Esarcato e puntò su Roma. Papa Stefano II, non potendo contare sull'aiuto di Bisanzio, si rivolse al re dei Franchi, Pipino, il quale venne in Italia con un esercito, affrontò i Longobardi e li sconfisse, ordinando che le provincie italiane dell'impero d'oriente passassero sotto il governo del Papa. Ma l'esercito di Pipino era ancora sulla via del ritorno che già Astolfo assediava di nuovo Roma. Pipino, informato della cosa, tornava sui suoi passi e sbaragliava per la seconda volta le forze longobarde. Questa volta le condizioni imposte dal re franco furono molto più dure: il papa riceveva in dono da Pipino tutte le terre bizantine da Roma a Ravenna e cioè il Lazio, l'Umbria, le Marche e la Romagna. Nasceva così lo Stato della Chiesa — il potere temporale dei papi — che doveva durare ben undici secoli.
La donazione di Pipino a papa Stefano II (754) comprendeva dunque anche Jesi. Più tardi, Desiderio, succeduto ad Astolfo, riconquistava gran parte del territorio assegnato da Pipino alla Chiesa, abbandonandosi ad atti di crudeltà e sac¬cheggi, quindi marciava su Roma. Il nuovo pontefice, Adriano I, chiese l'intervento di Carlo Magno, re dei Franchi. Questi di-scese in Italia deciso a farla finita una volta per tutte con la prepotenza dei Longobardi. Li affrontò a Val di Susa e li annientò, facendo prigioniero lo stesso Desiderio con la moglie e i figli (774). Carlo Magno unì al suo regno quello dei Longobardi, poi confermò al Papa la donazione delle terre fatta a suo tempo da Pipino. Il 25 dicembre dell'800, in San Pietro a Roma, Carlo Magno veniva solennemente incoronato, da papa Leone III, imperatore dei Romani.
L'ISTITUZIONE DELLE MARCHE
Dopo aver distrutto il regno dei Longobardi, Carlo Magno, il più grande sovrano del Medio Evo, aveva sottomesso altri popoli, formando un impero molto vasto che andava, grosso modo, dal Danubio all'oceano Atlantico, dall'Elba ai Pirenei e che fu detto «Sacro Romano Impero» perché sembrava che fosse risorto l'antico impero romano d'occidente. Giova ricordare che Carlo Magno aveva diviso l'impero in tante province dette contee, le più grandi delle quali, quelle di confine, lasciate di proposito più vaste per ragioni militari, erano state chiamate marche; a quel tempo risale dunque l'origine della parola che darà in seguito il nome alla nostra regione.
Intanto si affacciava alla ribalta della nostra storia un nuovo popolo, quello degli Arabi. Questa volta l'attacco veniva dal Sud. Gli Arabi, infatti, partiti della Tunisia, presero ad aggredire con i loro agili vascelli le coste della Sicilia e dell'Italia meridionale, al solito malamente difese dai Bizantini. Le loro scorribande terrorizzarono per lungo tempo soprattutto le popolazioni rivierasche della nostra penisola, facili bersagli di questi predoni del mare, meglio conosciuti come saraceni ossia orientali.
Nei primi decenni del IX secolo gli Arabi riuscirono, dopo aver scacciato i Greci, a stabilirsi in Sicilia. Quindi cercarono di risalire la penisola: occuparono Taranto, distrussero la flotta veneziana e un brutto giorno, agli ordini di un certo Sabba, sbarcarono in Ancona, che incendiarono, conducendo seco molti prigionieri. Forse nell'occasione si spinsero anche verso Jesi, ma, a parere del Gianandrea, non tanto da giungere fino a noi. Sul versante tirrenico riuscirono anche a saccheggiare la chiesa di San Pietro in Roma. Le flotte di Napoli, Gaeta e Amalfi, di comune accordo, affrontarono alla fine quella dei Saraceni e la sconfissero nella battaglia di Ostia (849); ma i Saraceni, anche se in misura minore, continueranno per molti anni ancora a terrorizzare le popolazioni con le loro non infrequenti piraterie.

martedì 8 febbraio 2011

LE INVASIONI BARBARICHE

LA CALATA DEI BARBARI

Nonostante le riforme di Diocleziano e Costantino, l'impero, come un grande organismo stanco, continuò ad indebolirsi. All'interno le condizioni economiche e sociali si facevano sempre più difficili per l'immissione, sempre più poderosa, di genti di origine barbara nell'esercito e nell'amministrazione dello stato; dall'esterno la pressione degli eserciti barbarici si faceva ogni giorno più insostenibile.
Nel 380 Teodosio, l'ultimo grande imperatore romano, richiamandosi all'editto di Costantino, ordinava che unica religione ufficiale dell'impero fosse quella cristiana e che tutti i templi degli dei fossero chiusi e abbandonati. Tale sorte toccò, quindi, anche ai templi pagani che Jesi romana aveva innalzato alla dea Bona, a Giove, alla dea dei Numi, a Cibele, a Giunone, ecc. Teodosio proibì però che fossero distrutti e non volle neppure che fossero trasformati in chiese cristiane, perché tanto gli edifici pagani che le statue degli dei dovevano essere considerati monumenti d'arte e dovevano altresì essere conservati quale ricordo degli antenati. La vecchia religione politeistica sopravvisse ancora per qualche tempo ma soltanto nelle campagne e finirà con lo scomparire definitivamente fra il V ed il VI secolo.
Morendo, Teodosio, per accontentare i suoi due figli, adottò l'infelice soluzione di dividere l'impero in due tronchi: quello d'occidente con capitale Ravenna e quello d'oriente con capitale Costantinopoli. Un decennio dopo l'impero d'occidente era già in pieno sfaldamento; cominciava infatti la lunga successione delle invasioni barbariche. Nel 410 i Visigoti di Alarico, scesi per la via Flaminia, irrompevano in Roma, depredandola e devastandola, mentre altre popolazioni barbare di stirpe germanica si andavano insediando negli altri territori dell'impero: i Franchi ed i Burgundi nella Gallia, i Visigoti in Spagna, i Vandali in Africa, gli Angli ed i Sassoni nella Bretannia.
Dopo i Visigoti, l'Italia tremò per la minaccia degli Unni di Aitila (451), il sanguinario e terribile flagello di Dio, che, con le sue orde, per tanti anni terrorizzò le popolazioni dell'impero. Scampato il pericolo Attila grazie all'intervento di papa Leone I, dilagarono in Italia i Vandali di Genserico, che nel 455 sottoposero Roma ad un secondo saccheggio. A Ravenna, capitale del maltrattato impero d'occidente, si susseguirono poi vari imperatori, creati e deposti dai generali barbari. Finché Odoacre, generale barbaro anche lui, nel 476 assumeva il governo in nome dell'imperatore d'oriente: da quel momento l'Italia diventava una semplice provincia dell'Impero Romano d'Oriente. Era, dopo cinque secoli d'esistenza, l'ingloriosa fine dell'Impero Romano d'Occidente.

ERULI E OSTROGOTI

In quel doloroso periodo della nostra storia — che si protrarrà, purtroppo, ancora per molti secoli — tutta l'Italia ebbe a soffrire delle devastazioni barbariche. Anche Jesi fu inevitabilmente esposta ad aggressioni, rapine, stragi. E, come in tutta la penisola, anche a Jesi la situazione economica, già difficile, si andò facendo sempre più critica.
La plebe, immiserita e oppressa, si rifiuta di prestare la sua opera nelle varie arti e mestieri; i coloni, costretti a rinunciare al loro compiccilo, abbandonano l'aratro; la borghesia, spremuta e impoverita, trascura le industrie e i commerci. Mentre la crisi economica delle classi inferiori si inasprisce sempre più, sorge la nuova aristocrazia, quella dei latifondisti arricchitisi nell'esercizio delle più alte magistrature. Alla reazione delle masse si pone un freno colla coazione al lavoro obbligatorio, per mezzo delle corpora¬zioni dell'artigianato e del colonato forzato. Ma il rimedio non riesce ad impedire più gravi dissesti e molto meno di risolvere il grave problema economico. Anche la Vallesina, feconda di terre e di vini, languisce nel più completo abbandono. E si diffonde, anche nel Piceno, la piaga del brigantaggio. «A tutta questa congerie di mali — osserva il Natalucci — si devono aggiungere ripetute epidemie, terremoti e carestie che hanno contribuito a spopolare non solo i campi e le officine, ma le stesse città».
Per la verità Odoacre, che era giunto in Italia al comando degli Eruli, governò abbastanza bene. Secondo una norma diffusa tra i barbari, egli aveva distribuito ai suoi soldati il terzo delle terre conquistate e sperava in tal modo di contribuire a sollevare l'economia delle popolazioni locali. Tali assegnazioni interessarono anche il Piceno, ove il latifondismo era molto diffuso, ma non diede i frutti sperati perché i barbari che avevano avuto in assegnazione quelle terre, anziché lavorarle direttamente, si limitarono ad esigere dai vecchi coloni, costretti a lavorare i campi per conto degli invasori, un terzo dei prodotti.
D'altra parte gli Eruli non ebbero molto tempo a loro disposizione, perché di lì a poco l'Italia venne invasa dagli Ostrogoti. Correva l'anno 488. Guidati da Teodorico, sciamarono in Italia dalla Balcania: trecentomila persone tra guerrieri, donne, vecchi e bambini. Teodorico si scontrò con Odoacre, lo batté, gli tolse il regno e la vita. Gli Ostrogoti si spinsero nella Tuschia, nel Sannio e nel Piceno; qui essi si stanziarono in gran numero, sostituendosi agli Eruli e fortificandosi nelle città più sicure. Osimo nel Piceno divenne la loro principale roccaforte. I barbari di Teodorico, come gli altri popoli calati dalla Germania nel V secolo, non sapevano lavorare, né leggere, né scrivere; amavano solo le armi e professavano la religione ariana. Impadronitisi dell'Italia, uccisero e spogliarono dei loro beni i più ricchi proprietari ed oppressero duramente le popolazioni.
Tuttavia Teodorico si dimostrò il migliore ed il più potente dei re barbari di quel tempo. Con una politica intelligente ed accorta, nei trenta anni del suo regno risollevò le popolazioni dallo stato di miseria in cui vivevano; nelle città tornarono ad aprirsi le botteghe degli artigiani e la campagna conobbe un nuovo periodo di prosperi raccolti. Vi fu un certo risveglio anche nel commercio, nelle arti e nelle lettere. Purtroppo negli ultimi anni del suo regno, Teodorico, divenuto irascibile e sospettoso, prese a perseguitare gli Italiani. Le relazioni fra questi ultimi e gli Ostrogoti, alla morte di Teodorico, peggiorarono notevolmente, finché Giustiniano, imperatore romano d'Oriente, non decise di intervenire mandando un esercito a liberare l'Italia dagli Ostrogoti.
La «guerra di liberazione» durò ben diciotto anni (dal 535 al 553) e fu vittoriosamente conclusa dalle truppe bizantine comandate da due valenti generali: Belisario e Narsete. Durante questa guerra, nell'estate del 538 — una delle più funeste per la storia d'Italia — a peggiorare le cose giunsero dalla Gallia i Burgundi ed i Franchi. Cosicché, fra tutti, il nostro disgraziato paese sperimentò a proprie spese ogni sorta di rapina e di affronto. In molte regioni per due anni la coltivazione dei campi venne trascurata completamente; il poco e cattivo grano che spuntava veniva lasciato imputridire. Gli abitanti della Toscana si erano ritirati sui monti, dove si cibavano di ghiande; quelli dell'Emilia si trasferivano nel Piceno, colla speranza di trovare di che sfamarsi. Ma qui la desolazione era tanta che si parlava di cinquantamila contadini morti d'inedia.
Burgundi e Franchi, dopo un paio di robuste scorribande, vennero rispediti oltre le Alpi. E infine, nei pressi di Gualdo Tadino, i Bizantini annientavano per sempre gli Ostrogoti, ricongiungendo l'Italia, come si è detto, all'Impero Romano d'Oriente.

LA PENTAPOLI

Sotto l'autorità di Giustiniano, l'Italia poté godere finalmente di un periodo di vera pace, non molto lungo: una quindicina d'anni, che tuttavia diedero modo alle popolazioni della penisola di riorganizzarsi, di ripopolare le città, di riattivare le industrie, il commercio, le arti.
Come in altri territori, anche nella Vallesina tornò in auge il latifondismo ed ebbero incremento, sviluppandosi, le organizzazioni agricole delle villae e delle curtes.
L'Italia, divenuta provincia dell'Impero Romano d'Oriente, in quei quindici anni fu governata da una Esarca, cioè da un emissario di Giustiniano. L'esarca risiedeva a Ravenna ed aveva poteri civili e militari; dall'esarca dipendevano i duchi, asserviti ai Bizantini, e a quel tempo la maggiore preoccupazione dei duchi era quella di spogliare l'Italia e gli Italiani — con provvedimenti fiscali oltremodo onerosi — delle ricchezze che era ancora possibile sottrarre. Ciò doveva essere causa di nuovi lutti e rovine per gli Italiani. Infatti, quando nella primavera del 568 una nuova e più violenta ondata di barbari si riversò sulla penisola, i Bizantini, che erano praticamente senza esercito, non tentarono neppure di resistere, preferendo chiudersi nelle città fortificate. Non si opposero i Bizantini e meno ancora si opposero gli Italiani; i quali, condannati ormai all'inerzia, non reagirono neppure sotto la minaccia di rapine e violenze.
I nuovi arrivati, i Longobardi, pur non essendo molto numerosi, ebbero così facile gioco nell'assoggettare una parte considerevole della penisola. I Longobardi, così detti dalla lunga barba, erano popoli germanici che gli antichi Romani già conoscevano per la loro ferocia, una ferocia eccezionale, quale nessun invasore aveva mai dimostrato. Completamente incivili, di aspetto terrificante, avevano solo sete di sangue e di ricchezze. Sotto il comando di re Alboino, entrarono in Italia saccheggiando e uccidendo. Man mano che avanzavano, distruggevano castelli, incendiavano chiese, radevano al suolo conventi; le città si spopolavano e i campi, abbandonati, restavano incolti. Nonostante ciò, i Bizantini riuscirono a mantenere il possesso di molte zone d'Italia.
Occupata dai Bizantini e soggiogata dai Longobardi (che a loro volta dividevano il loro territorio in trentasei ducati), l'Italia veniva a trovarsi ora divisa in due parti. Quella dom¬nata dai Longobardi comprendeva il Veneto, la Lombardia, il Piemonte, una parte dell'Emilia, la Toscana ed i vasti ducati di Spoleto e Benevento. Tutto il resto era in mano ai Bizantini.
Jesi, che era rimasta nei possedimenti di questi ultimi, faceva parte dell'Esarcato di Ravenna e più precisamente della dodicesima provincia bizantina, detta Pentapoli annonaria o mediterranea, che comprendeva Urbino, Fossombrone, Jesi, Cagli e Gubbio (c'era anche una Pentapoli marittima, di cui facevano parte Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona). Nelle città dell'Esarcato la scarsità e la debolezza dei presidii bizantini resero necessario lo sviluppo delle milizie locali; si formarono così le «scholae» o corporazioni della milizia, costituite di uomini avviati all'uso delle armi, che sapevano combattere «pro aris set focis».

PAROLE LONGOBARDE

Jesi, seppure rimasta sotto la giurisdizione di Ravenna, non poté sottrarsi alla ferocia dei Longobardi. Le prime e più sanguinose incursioni di questi barbari avvennero, nella Vallesina, tra il 575 e il 584, cioè a dire nel periodo tristemente famoso dell'interregno. Nel 573 Alboino era stato ucciso in una congiura; analoga sorte era toccata, un anno e mezzo dopo, al suo successore Clefi e per un decennio i Longobardi non erano stati capaci di darsi un re. Cosicché i loro duchi, che inizialmente erano semplici comandanti militari, approfittando dell'anarchia che si era venuta a creare, si atteggiavano a veri padroni dei rispettivi ducati. E le loro soldataglie, assecondando le bramosie dei duchi, scorazzavano e occupavano qualsiasi territorio non adeguatamente difeso. Uno di questi, evidentemente, era quello della Vallesina che, occupato e depre¬dato da bande di Longobardi, passò di fatto sotto il ducato di Spoleto.
A conferma di questa lunga presenza longobarda nello Jesino, il Grizio nota che molte parole del nostro dialetto sono di chiara derivazione longobarda. Gli fa eco, come al solito, il Gianandrea: «Parecchie parole di origine evidentemente germanica si riscontrano infatti nel nostro vernacolo; es. sbregare o sbrego da brechen (rompere) e slmilmente forse breccia (la ghiaia), steppa (manrovescio) da schiappe; maghetti (ventrigli di pollo), magò (peso sullo stomaco) da magen (stomaco), begare (piegare, inchinare) da biegen; luta (favilla) dal gotico liuhtian; sornacchiare (russare) da schnarchen; e così sghescia (fame eccessiva), sguattero (servo di cucina), ecc. Ma non saprei invero — conclude il Gianandrea — come ciò possa parere al Grizio argomento inconvincibile per dimostrare che tali popoli barbari ruinarono Jesi ».

La storia di Jesi

sabato 5 febbraio 2011

SAN FLORIANO



SAN FLORIANO

Con l'editto di Costantino, dunque, cessò lo spargimento di sangue degli innocenti che, anche nella nostra città, avevano preferito subire il martirio piuttosto che sacrificare agli dei falsi e bugiardi. A detta del Grizio, molti erano stati i cristiani di Jesi che, a causa della loro fede, erano stati uccisi prima del febbraio del 313; fra quei martiri v'era stato — secondo la tradizione — anche San Floriano, il quale, con una pietra al collo, fu precipitato per commissione di Aquilino, presidente di Diocleziano, dal ponte del fiume. Intorno a questo santo la tradizione popolare ha imbastito una serie di leggende che ancor oggi vivono tra la nostra gente. «Floriano fu soldato e cavaliere, che più volte combatté per la fede di Cristo»: così il Grizio. Ma la leggenda lo ricorda piuttosto come agricoltore. Seguiamo quest'ultima strada.
Nativo di Cingoli, Floriano era un guardiano di greggi. Un giorno, per rispondere al richiamo divino manifestatosi sottoforma di una dolce eco di rintocchi, aveva lasciato il paese natio e con la sola compagnia di una coppia di candide giovenche, avute in dono dal padre, s'era messo in cammino. Seguendo il suggestivo richiamo delle campane, aveva disceso il corso dell'Esino fino al mare. Sulla spiaggia adriatica, con l'aiuto delle giovenche, aveva tratto a riva una cassa di marmo che galleggiava sulle acque e che conteneva il corpo di Ciriaco, il santo protettore di Ancona. Sempre stando alla leggenda, la spaccatura della Gola della Rossa sarebbe dovuta ad un miracolo operato da San Floriano con le sue invero eccezionali giovenche. Infatti, risalito il corso dell'Esino dal mare a Serra San Quirico, Floriano s'era trovato davanti la barriera invalicabile della catena appenninica. A questo punto era entrato in scena il demonio, che gli aveva fatto pressappoco questo discorso: «Mettiti al mio servizio ed io, con la mia potenza, taglierò in due la montagna per farti passare». Al che Floriano, fattosi il segno della croce ed aggiogato un grosso aratro alle due giovenche, aveva tracciato un solco tale da spaccare in due la montagna, aprendo così quel varco che passa oggi col nome di Gola della Rossa.
L'impresa di Floriano mandò in bestia il demonio, il quale sfidò allora il contadinotto cingolano ad una gara di velocità, dalla Gola della Rossa fino a Jesi: colui che sarebbe giunto per primo in città avrebbe fatto suonare a distesa le campane di tutte le torri jesine. Ma anche questa volta Floriano ebbe la meglio, perché non appena distanziato un po' il singolare concorrente, lo tenne a distanza con dei segni di croce tracciati di tanto in tanto a terra col suo bastone, cosa questa che obbligava il demonio a correre a zig-zag e quindi a perdere continuamente terreno. Floriano non solo giunse nettamente primo a Jesi, ma al suo arrivo fu accolto dal suono festoso delle campane della città che, miracolosamente, s'erano messe a suonare da sole. Il prodigio è ricordato ancor oggi in occasione della festa del santo, che si celebra il 4 maggio, con la vendita sul mercato jesino di piccole campanelle di terracotta: le «campanelle de San Fiora’», appunto.
Stabilitosi definitivamente a Jesi, Floriano condusse qui vita religiosa. II Grizio riferisce che spesso il santo «si riduceva ad orare» nella selva di Gangalìa (anticamente detta Angalea), la quale — precisa il Gianandrea — «si stendeva per lungo tratto nelle colline e nel piano a sud-est della città (una parte di essa o forse una selva più piccola, che le era propinqua, chiamavasi Boarda).
Floriano fu martirizzato, ancora giovanissimo, attorno all'anno 300. Come si è detto, il preside romano lo aveva condannato ad essere gettato nell'Esino con una pietra al collo. Si racconta che il boia non gli concesse neppure il tempo per le ultime preghiere, scaraventandolo subito dal ponte, ma la cosa gli costò la vista perché lo scellerato carnefice restò subito privo del lume degli occhi. A proposito della fine di San Floriano, altri vogliono che patisse morte in Lamagna presso Lauriaco, luogo vicino a Norimberga. Le reliquie di San Floriano saranno ritrovate ai primordi del XV secolo.

giovedì 3 febbraio 2011

SAN SETTIMIO


SAN SETTIMIO
Arriviamo così al 300 dopo Cristo, anno in cui sarebbe giunto a Jesi Settimio, primo messaggero della nuova religione nella Vallesina. L'impero, che negli ultimi decenni ha accusato grossi scricchiolii a causa delle sempre più frequenti scorrerie dei barbari, è ora retto da Diocleziano (284-305). E, questi, un imperatore di origine illirica. Eletto dai soldati, ha afferrato il potere con mano energica; si circonda di una corte sfarzosa, veste alla maniera degli orientali e pretende di essere onorato come un dio. Diocleziano è dunque al potere da una quindicina di anni quando giunge a Jesi Settimio, primo vescovo della nostra diocesi. La vita di questo santo è costruita dalla leggenda e dalla devozione, mancando sul suo conto ogni notizia precisa e documentata; anche noi quindi ci riferiamo, nello scriverne, alla tradizione popolare.
Settimio era nato in Germania nel 250 dopo Cristo da famiglia nobile. Appena quindicenne si era arruolato nell'esercito romano di stanza in Germania e nell'ambiente militare aveva fatto conoscenza con Emidio, dal quale era stato convertito al cristianesimo. Entrambi poi, per meglio dedicarsi alla nuova religione, avevano abbandonato la carriera militare. Dalla Germania erano passati in Francia e quindi in Italia. Dopo essersi fermati per qualche tempo a Milano, si erano portati a Roma.
"Settimio, ivi giunto e visitato con le dovute riverenze il sepolcro dei beatissimi Pietro e Paolo e benignamente ricevuto in casa di un soldato di nome Glaciano, con la virtù di Dio gli liberò una figlia dal flusso del sangue che cinque anni portato l'aveva; onde la famiglia tutta si fece cristiana. Ridiede anche la vista ad un cieco, che pure si convertì."
A Roma, Papa Marcello I aveva consacrato vescovi Settimio ed Emidio, inviandoli nelle Marche, il primo a Jesi ed il secondo ad Ascoli Piceno.
A Jesi, Settimio operò in breve tempo numerose conversioni, il che suscitò la reazione dei più accesi pagani che studiavano il modo per potersi liberare dello straniero. L'occasione venne loro offerta da un decreto dell'imperatore. Infatti, Diocleziano, che aveva trasferito nel frattempo la capitale dell’impero a Nicodemia, nella Bitinia, era diventato sempre più intransigente con i cristiani. Nell'anno 303 emanò il primo di uno dei tanti editti con cui condusse il più grande tentativo fatto dall'impero per estirpare la nuova religione: per la gravita dei danni, il numero delle vittime, l'orrore dei supplizi, quel tentativo passerà alla storia come «la grande persecuzione» o «era dei martiri».
Denunciato dai pagani come «pericoloso nemico dell'impero di Roma», Settimio si trovò così al cospetto di Florenzo, preside romano che governava la colonia di Jesi. Florenzo lo ammonì a non continuare in quella sua attività contraria alla religione di stato, ma il santo intensificò le sue predicazioni, accompagnandole anzi con molti miracoli. Florenzo lo convocò di nuovo e gli intimò di sacrificare agli dei entro cinque giorni, pena la vita. Settimio stimò allora opportuno uscire dalla città per poter continuare con meno rischi l'opera di proselitismo. Si ritirò al di là del fiume, seguito da una folla di convertiti fra i quali la figlia del preside romano, Merenzia, desiderosa di ricevere l'acqua del battesimo di Cristo. Settimio, per praticare il sacramento, avrebbe potuto servirsi delle acque del fiume, ma non osò — dicono gli «storici» — perché sarebbe stato necessario spingersi fin sotto le mura della città, con grave rischio. Fece allora il miracolo di far scaturire dal terreno, in prossimità dell'attuale ponte San Carlo, uno zampillo d'acqua sorgiva.
Allo scadere del quinto giorno si presentò a Florenzo, il quale ordinò che fosse a Settimio percosso il capo con una scure. La sentenza venne eseguita sul luogo stesso ove il santo aveva compiuto il miracolo dell'acqua sorgiva. Prima che la lama del boia gli recidesse il capo, Settimio avrebbe esclamato: «Si bagni pure del mio sangue questo suolo, affinché su di esso nascano non più pagani, ma proseliti alla legge di Dio!».
Secondo il Grizio, la popolazione jesina ebbe un impeto di ribellione contro il prefetto romano: Florenzo fu dal furore dei cittadini irati ammazzato; il popolo gettò a terra il palazzo del detto prefetto, che era posto nella contrada di Fiorenzola, detta dal suo nome in quei tempi Fiorenza, e ne edificò un altro dirimpetto, per la memoria del santo, alla chiesa di San Salvatore (oggi San Nicolò); ma tutto questo è estremamente improbabile. Le ossa del primo vescovo e martire di Jesi, trafugate dai primi cristiani per salvarle dalla profanazione dei pagani, vennero nascoste così bene che per lunghi secoli nessuno seppe più dove erano state riposte: saranno ritrovate soltanto dopo 1.165 anni. San Settimio venne decapitato nel 304. L'anno dopo l'imperatore Diocleziano, stanco e deluso da una politica fallimentare, abdicava. L'abdicazione di Diocleziano significò per l'impero romano nuove guerre civili alimentate dagli immancabili pretendenti alla successione. A mettere fine a quel convulso bailamme ci pensò Costantino, il quale fece piazza pulita di tutto e di tutti, insediandosi quale unico imperatore.
Costantino (il solo fra i successori di Augusto che sia stato capace di rimanere sul trono per più di trent'anni) lasciò di sé una traccia molto importante: non tanto per aver diviso il potere civile da quello militare e neppure per aver trasferito la capitale dell'impero a Bisanzio, ma per il famoso «editto di Milano» del febbraio del 313, grazie al quale finalmente i cristiani potevano professare in piena libertà la loro fede senza essere in alcuna maniera molestati. Anche a Jesi i numerosi convertiti da San Settimio non ebbero più bisogno di tenersi nascosti e le file dei cristiani andarono rapidamente infoltendosi in ogni ordine sociale.

LA PRIMA CATTEDRALE

Primo pensiero dei fedeli jesini fu di erigere una chiesa dedicata a San Settimio. E fu, quella, la prima cattedrale di Jesi. Ma non si sa con precisione quando e dove sorgesse. Alcuni dei nostri storici affermano che venne costruita sul punto più elevato della città, ove si ergeva in precedenza il tempio di Giove, ove cioè è l'attuale chiesa cattedrale; altri indicano come ubicazione più probabile il luogo dov'è oggi la chiesa dissacrata di San Nicolò. Entrambe le ipotesi, però, fanno a pugni con la storia e la logica. Vediamo. La prima ipotesi viene a cadere quando si sa che, come vedremo, ancora nei decenni che seguirono l'editto di Milano era proibito abbattere o adattare i templi pagani; non è da credere che i cristiani di allora attendessero l'abrogazione di quella legge per innalzare una chiesa intitolata al loro patrono. L'altra ipotesi, ben più fragile, non regge perché è scontato che a quei tempi la città era tutta raccolta nel vecchio nucleo storico e non si vede perché mai la cattedrale avrebbe dovuto essere edificata in zona scampagnata, seppure non molto lontana. E' senz'altro da ritenere, quindi, che la prima chiesa jesina sorgesse nell'acropoli, ma su un'area diversa da quella della cattedrale di oggi.
Di quella chiesa si è poi perduta ogni traccia, o perché ebbe a subire nel tempo radicali trasformazioni che ne fecero dimenticare l'originaria struttura e destinazione, o perché rovinò con gli anni. Non a caso il Cecon osserva che venne costruita «in un periodo di deficienza, se non di mancanza, di alcuni materiali, ma soprattutto di carenza di tecnici, per cui l'opera non poté allora essere riuscita con quel criterio estetico e con quella stabilità che sarebbero stati desiderabili».

Storia di Jesi

domenica 30 gennaio 2011

JESI CITTA' SONTUOSA


UNA CITTA' SONTUOSA

Dagli anni di Augusto la colonia romana di Jesi assunse la fisionomia di un centro ricco ed architettonicamente sontuoso; ciò, come si è detto, data la sua posizione geografica, che la poneva sull'unica strada che a quel tempo, dal versante adriatico, collegava direttamente il Nord con Roma.
In quanto colonia romana, Jesi acquistò molto da Roma: usi, costumi, leggi e, naturalmente, anche le direttive. Così la descriveva, con non poca fantasia probabilmente, il discusso cronista trecentesco Bernabei: «La colonia di Jesi si estendeva in lunghezza verso il mare: aveva un monte o colle sul quale sorgeva un tempio alla dea Bona ed una strada coperta conduceva al tempio. Le terme e i bagni erano ornati di idoli; inoltre statue che abbellivano l'ingresso delle terme rappresentavano il trionfo di Fulvio Fiacco, il quale fece i muri della città di Jesi. Nel piano verso il fiume vi era un tempio dedicato al dio Giove con sulla facciata una statua fatta a mosaico rappresentante la dea dei Numi. Verso la selva della marina si ergeva un tempio dedicato a Cibale. A valle vi era un'altro tempio dedicato a Giunone con tre porte». Sull'area di questo tempio sorgerà, dopo il mille, la chiesa di Santa Maria del Piano. Continuava il Bernabei: «Vicino all'arco trionfale vi era un piccolo Pantheon e, non poco lungi dal tempio di Giunone, due grotte».
Otre a Jesi, si trovavano nella Vallesina due città che pure godettero di una certa importanza: Planina o Planio, e Cupra. Anche queste, come Jesi, erano grandi e ricche, dotate di austere costruzioni romane; ricerche archeologiche hanno infatti portato alla luce resti di templi, terme, acquedotti, nonché mosaici, statue, anfore, monete d'oro e d'argento. Nel 1875, come vedremo, saranno portate alla luce, a Jesi, sei statue acefale di personaggi della famiglia di Augusto e quattro teste di romano (una delle quali rappresenterebbe Augusto giovanotto) che abbellivano i portici delle terme. Saranno trovati anche pezzi di tubi di piombo appartenenti alle terme, di quel piombo che i Romani impiegavano per l'allacciamento delle condutture stradali. La lunghezza delle terme era di circa 380 metri, mentre le nuove costruzioni misurano circa 270 metri: si può così dedurre che una notevole parte degli attuali edifici poggia su fondazioni romane.
I primi due secoli dell'impero romano furono abbastanza tranquilli. Finalmente la popolazione della Vallesina poté godere della fertilità dei campi, accudire ai pascoli, dedicarsi alla caccia e alla pesca: un vivere in pace che raggiunse sotto il governo di Adriano (117-138 d.C.) e di Antonino Pio (138-161), un'era di felicità e di benessere che non furono più superati. Poi ricominciarono i guai: la peste bubbonica (portata in Italia dalle legioni che avevano combattuto in Oriente), la carestia, le prime incursioni dei barbari alle frontiere dell'impero e la pace interna disturbata dalle persecuzioni contro i cristiani.

Storia di Jesi

giovedì 27 gennaio 2011

JESI PRESIDIO DI ROMA




LA BATTAGLIA DEL SENTINO

Intanto si stava affermando la potenza di Roma. I Romani, dopo essersi assicurati l'egemonia nel Lazio, anda¬vano sottoponendo al proprio dominio tutti i popoli vicini. Agli inizi del III secolo avanti Cristo si trovarono a dover s¬stenere dure e lunghe lotte, oltre che con i tradizionali nemici, anche con i Galli Senoni. A questo periodo risalgono i primi contatti dei Piceni con i Romani, con i quali strinsero un patto di alleanza nel 299. Roma aveva bisogno di amici per fronteggiare i tanti nemici che premevano ai suoi confini: a Sud era minacciata dai Sanniti e a Nord dagli Etruschi ed ora anche dai Galli, che, ad un certo punto, si erano tutti coalizzati tra loro sotto la guida dell’Etrusco Gellio Ignazio. Dal canto suo il Piceno aveva bisogno di forti alleati, essendo minacciato a sua volta a Nord dai Galli e a Sud dai Petruzii.
La guerra fra le opposte parti, nello scacchiere Nord, interessò anche la nostra provincia, dove, nel 295 avanti Cristo, fu combattuta una sanguinosa battaglia. Lo scontro avvenne nei pressi di Sassoferrato, sul Sentino. Gli avversari dei Romani erano superiori come numero, ma i vari generali che comandavano i vari contingenti, invece di collaborare tra loro, tiravano ognuno a far ciccia per conto proprio. E naturalmente furono battuti. In quel periodo la città di Jesi era passata sotto il governo dei Romani, i quali evidentemente, dopo i primi scontri con i Galli Senoni, l'avevano occupata per assicurarsi il controllo di una delle principali vie di accesso al territorio di Roma.
Sulla battaglia del Sentino si sa che i Romani affrontarono l'esercito nemico con quattro legioni (rafforzate da mi¬lizie ausiliarie) agli ordini di due consoli, Quinto Fabio Rulliano e Publio Decio Mure. Il Cecon suppone che uno dei due consoli (Decio Mure) avanzasse verso il Sentino e l'altro (Fabio Rulliano) andasse a rafforzare la munita città di Jesi, alleata di Roma fin dal 299 a.C.; questo perché l'esercito nemico aveva due sole vie per raggiungere l'Italia centrale: o risalire la valle del Misa e quindi penetrare nella Gola del Sentino, oppure seguire la via più comoda, per Jesi.
Secondo il Cecon, i nemici di Roma, giunti al Misa, temendo la forte difesa di Jesi, preferirono dirigersi verso le valli del Sentino, trattandosi di zona che, a differenza della Vallesina, conoscevano molto bene. Il console Rulliano, informato che l'esercito nemico aveva preso la via del Sentino, lo seguì col suo esercito, lo attaccò alle spalle ed il suo tempestivo intervento decise le sorti della battaglia. Lo scontro fra i due eserciti dovette essere particolarmente violento, se è vero che le file dei Galli e dei loro alleati furono falcidiate al punto da lasciare sul terreno ben centomila morti (ma si tratta di una cifra indubbiamente esagerata). I superstiti furono inseguiti da Rulliano fino al Rubicone. Contemporaneamente gli altri avversari di Roma battevano in ritirata: le reliquie dell'esercito sannita si ritirarono nel Sannio e gli Etruschi non ebbero altra scelta che quella di accettare l'alleanza romana. I Galli, costretti alla pace, perdettero una parte del loro territorio in cui poco di poi fu fondata la colonia di Sena gallica (Senigallia).
Seppure duramente battuti, i Galli non si rassegnarono alla confisca delle loro terre da parte dei Romani. Non tardò molto che, levatisi di nuovo in armi, mossero alla volta di Roma, questa volta passando per l'Etruria, la quale, covando propositi di rivincita, si schierò a fianco dei Senoni. L'urto con le legioni romane fu rovinoso per queste ultime, che perdettero sul campo di battaglia anche il loro condottiero, Lucio Cecilio Metello. I Romani tuttavia si rifecero presto ed in una successiva battaglia sgominarono lo schieramento nemico. I Galli, inseguiti fino al Rubicone ed annientati, persero tutto il loro territorio, che fu incorporato allo stato romano. Aveva così termine il capitolo dei Senoni.

PRESIDIO DI ROMA

I Romani, giunti nella nostra regione come alleati dei Piceni, in effetti si erano comportati da padroni. La loro autorità finì con l'indisporre i padroni di casa, suscitando in loro propositi di ribellione. Romani e Piceni, cosicché, da alleati divennero nemici. Ad inasprire maggiormente i rapporti avrebbe contribuito, forse in misura decisiva, l'alleanza che i Piceni avevano stretto con i Tarentini, probabilmente per poter disporre di una buona carta nella disputa con i troppo inva¬denti amici di Roma.
Sta di fatto che la situazione era divenuta insostenibile al punto che i Piceni, raccolte tutte le loro forze, affrontarono le legioni romane in campo aperto. Due anni durò la guerra (269-268 avanti Cristo) e la battaglia che doveva concluderla fu combattuta nell'ascolano. I Piceni ne uscirono totalmente disfatti. Si racconta — ma la cosa sa molto di leggenda — che nel bel mezzo della battaglia, la terra fu scossa da un terremoto; i soldati dell'uno e dell'altro esercito smisero di combattere in preda allo sgomento. Il console Publio Sempronio, che comandava i Romani, fu il più sollecito a riaversi ed a sospingere i suoi contro il nemico, il quale, colto alla sprovvista, subì di conseguenza una clamorosa disfatta.
Trecentomila furono i Piceni che si sottomisero ai Romani. Parte del paese fu incorporato al territorio romano, dandosi agli abitanti il diritto di cittadinanza senza suffragio; l'altra parte fu confinata, deportandone la popolazione in quella regione tra la Campania e la Lucania che prese poi il nome di agro picentino.

LA MONETA JESINA

Anticamente la gente pagava la merce barattandola con altra merce. Ma quando il baratto risultò inadeguato al sempre crescente volume di affari e alla sempre più larga varietà dei prodotti commerciati, ovunque si rese necessario l'uso della moneta. Quale fu la prima moneta in uso presso gli Jesini? Fu moneta propria o moneta di altri paesi?
Secondo alcuni storici locali, Jesi nel III secolo avanti Cristo avrebbe battuto moneta propria. La prima affermazio¬ne in tal senso ci viene dal Bernardi, il quale lasciò scritto nella sua cronaca jesina del XIV secolo «di averne avute diverse e di diverso metallo e valevano dieci assi». Abbiamo però visto nel capitolo precedente che non sempre il Bernardi è da prendere sul serio. Il Grizio, due secoli dopo, affermò che «questa città era la città reale ed in essa si batteva, in suo nome (cioè in nome del re Esio) la moneta, come si può considerare da alcune medaglie antichissime che si trovano nel nostro territorio, sulle quali da una banda vi sono queste lettere: Rex Aesis e dall'altra un Iano». Infine Tommaso Baldassini riferì che si trovavano, ai suoi tempi (1700), «di quando in quando nel nostro territorio alcune monete, in una parte delle quali si leggono queste parole Rex Aesis e dall'altra parte figura la faccia del dio Pan». «Ed io — dichiarò lo stesso Baldassini — cinquant'anni or sono ne vidi una coi miei propri occhi».
Quest'ultima testimonianza parrebbe escludere ogni incertezza in proposito. Senonché il Gianandrea accusò il Baldassini «di aver ripetuto con tutta ingenuità la stessa storia» del Grizio. E qui storia sta per favola. Da allora, nessun altro storico ha più osato far cenno della moneta jesina.
Soltanto l'ing. Cecon, una ventina di anni fa, riprese a parlarne, con l'evidente speranza di dimostrare l'esistenza di quella moneta jesina. «II fatto che di queste monete non si sia più parlato e che nessuno più ne abbia veduto esemplare» non parve al Cecon «ragione sufficiente per negarne l'esistenza». Cosicché condusse per proprio conto delle ricerche; si rivolse anche ai conservatori di numerosi gabinetti numismatici italiani per sapere se nelle loro raccolte si trovasse la moneta di Jesi del II o del I secolo avanti Cristo, ma ebbe sempre risposta negativa.
Tuttavia il Cecon restò nella convinzione che Jesi abbia battuto anticamente una moneta propria: due grandi ricercatori d'antichità classiche, il Mommsen ed il Berclay, sono concordi nell'ammettere che verso il 270 a.C. le città picene di Ancona, di Fermo e di Ascoli hanno coniato moneta di vario metallo (di cui si conservano rarissimi esemplari), per cui anche Jesi, che allora aveva commerci fiorentissimi sia con le popolazioni vicine che con le popolazioni d'oltre Adriatico, compresa la Magna Grecia, deve aver usato una moneta propria. E, pur condividendo il parere che a Jesi non potesse esistere a quel tempo una zecca, date le condizioni politiche ed economiche della regione picena, così concludeva: «Ho ragione di ritenere che Jesi, città non seconda a Fermo e ad Ascoli, può aver fatto coniare la sua moneta in qualche città greca o della Magna Grecia, molto più progredite delle nostre nelle arti e nelle industrie».

MARIO E SILLA

Alla sconfitta dei Piceni avvenuta in Ascoli nel 268 avanti Cristo ed al loro definitivo assoggettamento alla crescente potenza di Roma non seguirono anni tranquilli per la nostra gente. Roma, presto impegnata nelle lunghe e sanguinose guerre puniche, aveva bisogno di uomini e di mezzi per fronteggiare gli eserciti nemici. Particolarmente prezioso per i Romani fu il contributo che le città picene gli diedero durante la seconda di tali guerre (219-201 a.C.).
Annibale, sceso in Italia attraverso le Alpi e battuti i Romani al Ticino, al Trebbia e al Trasimeno, invase il Piceno facendo strage degli uomini atti alle armi e compiendo orribili saccheggi; poi si trasferì nel meridione portando con se una stragrande quantità di bottino. A Canne, Romani e Cartaginesi si scontrarono di nuovo e per i primi l'esito della battaglia fu disastroso. Silvio Italico riferisce che, in quella battaglia, accanto ai Romani e ai loro alleati, combatterono anche truppe inviate da varie città del Piceno; cita Ancona e Numana, ma è assai probabile che fossero in campo anche soldati jesini. Così come truppe jesine parteciparono quasi certamente, insieme a milizie dei territori gallico e piceno, alla battaglia combattuta e vinta dai Romani contro Asdrubale nel 207 avanti Cristo sul fiume Metauro, a nord di Senigallia.
Jesi, nel frattempo, era diventata colonia romana. Tali erano considerate le città situate in luoghi stategici, a cavallo delle grandi vie di comunicazione. Vi erano stanziati gruppi di cittadini romani (per lo più veterani) e potevano ritenersi centri d'irradiazione della civiltà romana. Ma a quel tempo le cose, sotto il profilo economico, non andavano ancora bene. Le lunghe guerre, se avevano fatto di Roma e dell'Italia il centro di un grande impero, avevano aumentato lo squilibrio economico fra le classi sociali: i patrizi si arricchivano sempre di più per l'occupazione delle terre che lo Stato aveva confiscato ai vinti; i plebei, pieni di debiti e costretti ad abbandonare i loro poderi, vivevano ormai nella più squallida miseria. La legge agraria del 133 avanti Cristo (nessuno poteva possedere più di cinquecento jugeri di agro pubblico, pari a circa 125 ettari; chi ne aveva di più doveva renderli allo Stato che avrebbe pensato a distribuirli ai plebei), legge varata dal tribuno Tiberio Gracco che ci rimise la vita, incontrò l'accanita resistenza dei patrizi ed ebbe scarsa esecuzione. Fu quella legge ad originare la guerra civile fra Mario e Siila — l'uno difensore del popolo e l'altro capo del partito aristocratico — terminata con la, dittatura di Silla.
Sulle rive del fiume Esino si ebbe uno dei sanguinosi scontri fra gli eserciti dell'una e dall'altra parte. La battaglia avvenne nella primavera dell'anno 72 a.C. tra Orazio. Metello, generale di Siila, e il pretore Carina o Cannate agli ordini dei consoli Papirio Carbone e Mario il Giovane. Carina vi ebbe una terribile sconfitta, la quale, unita alle altre ricevute similmente nell'Umbria e nel Piceno da Carbone, costrinsero questo a ripararsi in Etruria, lasciando le nostre contrade in balia dei Sillani.
Altre lotte intestine dovevano poi travagliare la repubblica romana, come la guerra fratricida fra Cesare e Pompeo. In questo tumultuoso periodo di lotte civili, il Piceno fu una inesauribile miniera di soldati che offrirono il loro braccio e il loro sangue all'uno e all'altro dei contendenti. Finalmente Ottaviano Augusto poté dedicarsi all'organizzazione di quella che fu la più vasta monarchia dell'antichità, ristabilendo la pace interna, migliorando i costumi e diffondendo l'amore per la famiglia. Per ricompensare i tanti legionari che si erano battuti per lui, Ottaviano fece loro una grande distribuzione di terre anche nella nostra zona, ove pertanto vennero a stabilirsi parecchi «veterani» di Filippi e di Azio.

La Storia di Jesi