martedì 5 novembre 2013

JESI, "BETLEM" DI FEDERICO II

LA NOSTRA "BETLEM"
Nel 1234, ad accendere la miccia fu uno dei giovani figli di Federico II, Enrico, che si trovava in Germania. Enrico, alleatosi con alcuni Comuni dell’Alta Italia, si ribellò. Il padre lo raggiunse in breve tempo, lo affrontò, lo vinse e lo mandò prigioniero in Puglia. Quindi sconfisse anche alcuni Comuni dei ribelli, Vicenza, Padova e Bergamo. Ma altri Comuni, come Milano, non cedettero, anche grazie all’intervento del Papa, preoccupato dei successi dell’imperatore svevo. Il pontefice, accusando Federico II di essere venuto meno agli accordi di San Germano, il 20 Marzo 1239, lo scomunicò per la seconda volta, adducendo ben sedici motivazioni.
Questa volta Federico II rispose alla scomunica con le armi. E, tanto per cominciare, essendo egli impegnato nel nord Italia, incaricò il figlio Enzo, nominato in precedenza re di Sardegna, di impadronirsi della Marca di Ancona. Il papa mandò contro il giovane Enzo un esercito guidato dal Cardinale Colonna. Inutile dire che le città si schierarono chi per l’imperatore, chi per il pontefice.
Nell’agosto di quell’anno, Federico II indirizzava agli Jesini, tramite il figlio Enzo, una lettera per incitarli a schierarsi dalla sua parte. «Se il luogo nativo», recitava la lettera, «con un certo effetto di naturale volontà è da tutti indifferentemente amato in modo speciale, se l’amore della patria con la sua dolcezza tutti stringe, né permette loro di essere immemori di essa, con pari ragione, secondo che ne detta la natura, siamo attratti e abbracciare con intimo affetto Jesi, nobile città della Marca, principio insigne dell’origine nostra, ove noi la diva madre nostra diede alla luce, ove risplendette la nostra nascita. Questo fa che non possa dipartirsi dalla nostra memoria quel luogo, e la nostra Betlem e la terra e l’origine di Cesare non rimanga profondamente radicata nell’animo nostro: onde tu, Betlem, città della Marca non ultima, sei tra le principali della nostra prosapia. Da te, infatti, uscì la guida e il capo del Romano Impero, che reggerà il popolo tuo, e non patirà che tu più oltre soggiaccia ad ostile reggimento. (…) Sorgi, dunque, principia genitrice, e scuoti l’indebito giogo. Laonde noi misericordiosi alle gravezze vostre e degli altri nostri fedeli, deliberammo di liberar voi e gli altri fedeli nostri, sia della Marca sia del Ducato Spoletano, dalla soggezione del nostro oltraggiatore, il quale avendo per la sua manifesta ingratitudine demeritato di noi e dell’impero, credemmo di sciogliervi dal giuramento da voi, salvo il diritto dell’impero stesso, prestato alla Chiesa, mandandovi il nostro diletto figliuolo.»
Gli Jesini non tardarono ad accorrere all’appello di Federico II. Sempre nel 1239, e precisamente nel mese di ottobre, il principe Enzo, che si trovava accampato presso il fiume Musone, compilava un diploma a favore della nostra città.
Considerando la sincerità della fede e la molteplicità delle prove di devozione della città di Jesi verso l’imperatore suo padre, con quell’atto il giovane principe le concedeva e confermava in perpetuo l’intero suo contado con i castelli e le ville in esso esistenti e coi loro abitanti dentro e fuori. E nominatamente le ville delle Ripe e del Monte delle Torri (situate nelle colline a levante della città), i Castelli di Morro, Albarello, Monsanvito e tutto ciò che le fu già concesso dal Comune di Senigallia e la selva di Castagnola e le sue pertinenze, con piena ed intera giurisdizione e con ogni altro diritto spettante all’Impero nei luoghi predetti. Accordava inoltre ai cittadini di Jesi sicurezza assoluta nelle persone e nelle cose, rimettendo loro ogni offesa fatta per qualunque ragione all’Impero medesimo. Dava facoltà al Comune di Jesi di costituire il proprio reggimento nella città, e fuori, e nel contado, e nei luoghi predetti e ovunque abbia suoi cittadini e castellani, con pieno potere di punire ogni delitto, e piena e mera giurisdizione sopra ogni delinquente in essi luoghi. E in simil modo, di formare statuti da osservarsi a loro arbitrio e volontà; e che gli uomini di Jesi e delle sue dipendenze non fossero sottratti dalla giurisdizione e dalla curia della città, e se chiamati fuori a tal uopo non fossero tenuti d’obbedire. Li autorizzava a vendere le loro derrate e ogni altra cosa che volessero e portarle e farle portare in ogni luogo per mere o per terra senza alcun pedaggio o dazio e senza alcun ostacolo da parte dell’Impero.  Infine concedeva alla città di avere un porto sul mare, «liberum et absolutum», dovunque le fosse piaciuto per tutta la giurisdizione dell’Impero nella Marca.
L’atto memorando si chiudeva con le seguenti parole: «Se fosse avvenuto in alcun tempo un accordo tra l’Impero e la Chiesa, per il quale la Marca avesse dovuto a questa restituirsi, l’Imperatore non l’avrebbe restituita senza la promessa che il regio diploma fosse mantenuto in perpetuo alla città di Jesi.» La presa di posizione a fianco dell’Imperatore comportò per tutti gli jesini la scomunica papale.

QUATTROMILA MORTI
Nel frattanto il pontefice aveva convocato a Roma il con­cilio per decidere sulla contesa. Ma Federico II volle impedirlo. Fece assalire dai Pisani la flotta genovese che portava a Roma i vescovi francesi, poi cercò di impadronirsi addirittura della persona del papa: marciò contro Roma ed era già alle porte della capitale quando Gregorio IX, quasi centenario, moriva. Gli successe sul trono pontificio, due anni dopo, il cardinale Fieschi, che prese il nome di Innocenzo IV. Il Fieschi era sem­pre stato amico di Federico II, il quale, saputo della nomina, ebbe a dire: «Non si è mai saputo che un papa sia ghibellino». Ed infatti ghibellino più non era, perché Innocenzo IV, rispol­verando il programma del suo predecessore, si trasferì in tutta segretezza a Lione e là tenne quel concilio che non si era potuto tenere a Roma. E fu un processo a Federico II. Correva l'anno 1245.
A Lione l'imperatore svevo inviò, quali suoi ambasciatori, Pier delle Vigne e Taddeo da Sessa, i quali, con brillante ora­toria, cercarono di far valere le ragioni del loro rappresentato. Ma senza successo. Federico II, riconosciuto spergiuro, eretico e ribelle, venne scomunicato per la terza volta ed i suoi sudditi vennero sciolti dal giuramento di fedeltà.
Ciononostante gli Jesini rimasero fedeli all'imperatore e continuarono a combattere sotto le sue insegne agli ordini di Ro­berto di Castiglione, a fianco di altri ghibellini della Marca, contro i guelfi comandati da un anconitano, Marcellino Pete, vescovo di Arezzo. La scomunica che colpì gli Jesini questa volta non risparmiò neppure il Capitolo della Cattedrale, come risulta da una lettera di Innocenzo IV del 30 maggio 1247. La diocesi di Jesi, in quel periodo, restò ovviamente senza vescovo.
La guerra tra pontifici ed imperiali raggiunse la fase più acuta verso la fine del 1247 e l'inizio del 1248. La grande bat­taglia, che si svolse presso Osimo e Civitanova, doveva essere l'estremo colpo per le truppe pontificie e mirava alla conquista di Ancona, primo sostegno del partito guelfo e del legato pon­tificio. L'armata imperiale era formata da saraceni, truppe di Macerata, Jesi, Senigallia, Matetica ed Osimo. Con le milizie della Chiesa erano questa volta, oltre agli Anconetani, gli uomini di Camerino e Recanati. Lo scontro fu terribile e si risolse in una grave sconfitta per le truppe pontificie: si dice che gli Anconetani abbiano avuto perdite fortissime; molti di essi furono uccisi o fatti prigionieri. Il Carroccio cadde nelle mani degli Osimani, che si impadronirono anche della bandiera. Il Gianandrea riferisce che i guelfi lasciarono sul campo più di quattromila morti. Il vescovo Marcellino, fatto prigioniero, finì impiccato dopo aver subito ogni sorta di sevizie. Tutte le città delle Marche erano ora sotto il dominio di Federico II.

MORTE DI FEDERICO II

II 1248 segnò, però, anche il principio della fine dell'impe­ratore svevo. Nel Nord Italia i guelfi espugnarono Parma, roccaforte dei ghibellini. Federico II, deciso a prendersi la rivin­cita, strinse d'assedio la città, ma i guelfi ebbero ancora la meglio: durante una sortita, approfittando del fatto che Fede­rico II era impegnato in una battuta di caccia al falcone, sconfissero le sue truppe, costringendole a togliere l'assedio.
Pochi giorni prima di quella disfatta, Jesi era tornata alla Chiesa. « Da quali cagioni e da quali fatti fosse determinato questo ritorno noi non sappiamo — scrive il Gianandrea, che aggiunge : — Ci piace però di notare, a difesa dei nostri dall'ac­cusa di vile abbandono, che esso avvenne prima, sia pure di pochi giorni, dalla strepitosa rotta di Parma ».
Jesi ottenne dal vicario del papa, cardinal Raniero, venu­to direttamente a Jesi il 13 febbraio 1248 per ricevere la sog­gezione dei nostri, ampia conferma della donazione di re Enzo con altri importanti diritti e privilegi e con l'aggiunta al suo dominio del castello di Montecarotto.
Dopo la sconfitta di Federico II a Parma, mentre altre città che gli sembravano fedeli defezionavano, l'imperatore subiva un altro grave colpo a Fossalta: qui i Bolognesi battevano Enzo in campo aperto (imprigionatolo, non lo libereranno più). La stella di Federico II volgeva ormai al tramonto. Lo stesso imperatore, mentre si trovava nel Castello di Ferentino, presso Luceria in Capitanata, e si preparava a respingere le armate papali dell'Italia meridionale, veniva colto da violente febbri. Il 13 dicembre del 1250 moriva. Poco prima il suo segretario Per delle Vigne, caduto in disgrazia e finito in galera, si era ucciso. Da Lione il papa annunciò la morte di Federico II con lettere che rimasero famose.
Nella « Divina Commedia », composta circa cinquant'anni dopo la morte di Federico II, Dante, che lo ricorda più volte nel suo poema, lo porrà nell’Inferno tra gli eresiarchi; tuttavia nel Paradiso, additando la luce della « gran Costanza », la madre di Federico, accennerà a lui come all’ultima possanza » del­l'impero.
Con la morte di Federico II e il ritorno del Comune di Jesi sotto l'autorità della Chiesa, i guelfi ripresero a governare la nostra città. Una delle loro prime deliberazioni fu quella — vara­ta nel 1250 — di entrare a far parte di una Lega di Comuni alla quale avevano già aderito Ancona, Cagli, Fano, Fossombrone e Pesare. Questa Lega doveva servire a serbare così unite più costante la filiale obbedienza e la fede alla S. Chiesa romana.
Si trattava di una mossa opportunistica per far dimenti­care evidentemente il recente passato della Jesi ghibellina. Il papa, ad ogni modo, non se ne dimostrò dispiaciuto; infatti nel 1253 scriveva al rettore della Marca ingiungendogli di man­tenere e difendere le ragioni e i diritti della Comunità jesina e a non imporre e indurre indebite novità. Ma il rettore della Marca fece orecchie da mercante e privò gli Jesini del Conta do: essi ricorsero e la loro causa fu commessa da altro rettore della Marca a Guglielmo da Piacenza e ad Alamanno da Firen­ze, i quali sentenziarono a favore degli Jesini e ad essi fu resti­tuito il Contado.

La storia di Jesi - leggi l'e-book

IL PALIO DI SAN FLORIANO

LA PRIMA SIGNORIA
Le lotte interne tra le fazioni guelfe e ghibelline avevano finito con l'indebolire i Comuni e stancare il popolo. Della cosa approfittarono i podestà ed i capitani del popolo, molti dei quali, chi con l'astuzia chi con la forza e chi con un saggio governo, misero le mani sul potere, conquistando stabilmente il governo delle città e rendendolo ereditario nella loro fa­miglia. Le popolazioni, che, come si è detto, erano stanche di guerre e di lotte fratricide, finirono per adattarsi a vi­vere sotto i nuovi capi. Questi furono detti Signori e Signoria era chiamato il loro governo.
Benché nella maggior parte questi Signori fossero vio­lenti e prepotenti, dimostravano quasi sempre di avere a cuore gli interessi delle città; amministravano saggiamente la giustizia, davano impulso alle attività economiche ed artistiche, mi­rando anche ad estendere i loro possedimenti, assoldando allo scopo truppe mercenarie — le cosiddette Compagnie di Ventura — di cui si servivano anche per consolidare la Signoria, se non per raggiungerla.
Anche a Jesi il Libero Comune dovette subire presto l’ingerenza e la tracotanza dei Signori. Infatti, non erano tra­scorsi cinque anni dalla morte di Manfredi, che dello stato di disordine che regnava in città a causa delle contese tra guelfi e ghibellini, logorati da odi e rivalità, approfittò la famiglia Baligani per impadronirsi di Jesi. Il colpo di mano riuscì nel 1271, perché i Baligani, che in effetti miravano ad imporre la loro Signoria, avevano saputo accattivarsi l'appoggio dei cit­tadini contrari ai guelfi.
Si chiamavano Niccoluccio, Uguccinello e Filippuccio, i tre Baligani (Balleani) che riuscirono a prendere le redini del comando. Ma non durò molto la loro Signoria, perché un'altra potente famiglia, i Simonetti, diede loro battaglia per la conquista del potere. Anche i Simonetti erano tre: Merce­nario, Rinaldo e Guglielmo. La contesa fra le due famiglie fu acerrima, con non piccolo travaglio per tutta la città. Alla fine ebbero la meglio i Simonetti, che, cacciati i Baligani, li sostituirono nella Signoria di Jesi.
Nel 1280 comparve sulla scena jesina uno dei Signorotti che, se non fu tra i principali della ribalta italiana, non fu neppure dei minori. Ne parla il Grizio quando accenna ad al­cuni Jesini che in quell'anno «avevano indegnamente favo­rito il conte Guido da Montefeltro, ribelle alla Chiesa e fau­tore dei Forlivesi, medesimamente ribelli». Guido da Monte­feltro, capo dei ghibellini della Romagna, in effetti compì del­le incursioni vandaliche a danno delle nostre popolazioni (poi si pentì e si fece frate: morirà in un convento di francescani nel 1298).
Nel 1287 si stabiliva a Jesi un'altra famiglia, quella dei Franciolini, che diverrà famosa e farà parlare di se per almeno cinque secoli.
SI ALLARGA IL CONTADO
Abbiamo visto che il Contado jesino si era formato tra la fine del XII secolo e gli inizi del XIII secolo, con le annes­sioni di una decina fra ville, castelli ed abbazie. Ma era destinato ad allargare i suoi confini.
Nel 1248 si erano «collegate» con la nostra città le genti di Serra de' Conti, Corinaldo, Mergo e Tessenaria. Tré anni dopo era stata raggiunta un'intesa con Staffolo e Storaco, mentre rientravano nel Contado i castelli di Accola e Ripe, i cui Signori, rispettivamente Corraduccio e Cozzone, nella circo­stanza facevano ai nostri molte promesse di denari, uomini e altre cose. Era stata poi  la volta di Montenuovo e quindi di Montalboddo. Nel 1257 si annetteva anche Barbara.
Nella seconda metà del XIII secolo alcune ville, come quelle di Talliano (Maiolati). di S. Benedetto de' Frondigliosi (Castelplanio) e di S. Mustiola erano ancora sotto la signoria del vescovo di Jesi. Da questi dipendevano anche la Tesse­naria, Poggio San Marcello e Montecarotto. In seguito anche queste terre entrarono a far parte del Contado Jesino, ma prima che ciò accadesse, proprio in conseguenza della politica annessionistica del nostro Comune, erano sorti fra il Comune stesso ed il vescovo dissapori, litigi e scandali, con danno di ambedue e degli abitanti di quei castelli. C'era stato anzi un periodo in cui Giovanni II, vescovo jesino — il ventiduesimo della serie — non vi poteva mandare i suoi vicari e nunzi senza che corressero pericolo di vita.
I rapporti fra autorità civile e religiosa erano così tesi che Giovanni II, per tornare in pace col Comune di Jesi e per togliere tanti scandali e danni, aveva indirizzato al pontefice Nicolò IV una supplica. Vi si faceva presente che alcuni vas­salli del suo vescovato della villa di Poggio S. Marcello e del castello dì Montecarotto (i quali erano i più ricchi ed i più potenti vassalli di essa sede vescovile) dispreggiavano la si­gnoria del vescovo e temerariamente sottraendo se stessi dal­la detta giurisdizione sottraevano dalla medesima i vassalli inferiori; cosicché il vescovo non poteva avere pacificamente dai medesimi i dovuti servigi ed essi gli erano più di peso che di onore.
Stando così le cose, il vescovo Giovanni II supplicava il pontefice che gli fosse permesso di sciogliere ed affrancare un cinquanta di vassalli dei più ricchi e potenti e ripigliare da essi la metà dei beni mobili ed immobili, e convertirli in uti­lità della sede vescovile. Il papa ne scrisse per informazione al Vescovo di Ancona; non si sa cosa questi rispondesse; sta di fatto che la richiesta del vescovo Giovanni II cadde nel vuoto. Poiché la situazione non accennava a migliorare, ana­loga richiesta, venne rivolta qualche tempo dopo da un altro vescovo jesino, Leonardo da Patrasso, a papa Bonifacio VIII.
Leonardo era giunto a Jesi da Alatri nel 1295 dopo che il vescovo Giovanni II era stato trasferito, nello stesso anno, alla sede di Osimo. L'istanza di Leonardo, che impetrava dal papa l'autorizzazione a vendere al nostro Comune per tre­mila lire ravennati ed anconitani, la sua giurisdizione su quelle ville e castelli e ad acquistare col ricavato altri beni, venne accolta. Cosicché, tra il 1301 ed il 1302, anche Poggio San Marcello. Montecarotto, Castelplanio e le ville di S. Mustiola e di Tessenaria passarono al Comune di Jesi (le ville di S. Mustiola e di Tessenaria furono poi comprese nei territori di Poggio S. Marcello e di Rosora).
Così il Comune di Jesi spingeva il suo Contado verso l'oc­cidente e lo arrotondava per ogni parte. L'ultimo acquisto lo portò a contatto con Roccacontrada, oggi Arcevia, colla quale ebbe pure qualche lite rispetto ai confini.
Naturalmente tanto più era vasto il territorio del Contado e tanto maggiori erano le preoccupazioni di chi do­veva governarlo, stanti le continue divergenze con questo o quel centro del Contado per questioni di confine o per i tri­buti da versare all'erario jesino. Così il castello di Ripe, ad esempio — tra i più irrequieti ed insofferenti —, col quale liti e rotture erano si può dire all'ordine del giorno. Nel 1299 i ripesi, dopo molte discordie e saccheggi, venivano ad un'en­nesima composizione con i Nostri. Risulta che all'atto di riappacificazione intervennero quella volta anche i sindaci di An­cona e Polverigi.
Non è da credere, tuttavia, che gli Jesini fossero necessa­riamente despoti e profittatori nei confronti delle popolazioni del Contado. Non furono tali, almeno, con i monaci di Chiaravalle allorché questi fecero l'ultima cessione al nostro Co­mune; una cessione senza alcuna riserva. In quella occasione gli Jesini «non furono ingrati — nota Giovanni Annibaldi — perché il 4 ottobre 1308 diedero licenza all'abbate, ai monaci, ai famigliari e grancieri di S. Maria di Chiaravalle in Casta­gnola di stare entro il distretto di Jesi; di andare, di ritor­nare e di pascolare sopra i loro beni e possessioni poste nel territorio di Jesi con i loro animali e le loro bestie».
Il Contado comportava poi per gli Jesini contestazioni e vertenze con i Comuni limitrofi, che contendevano al Nostro la giurisdizione su talune località di confine. Ed in questi casi contestazioni e vertenze non di rado finivano, come vedremo, davanti ai tribunali della S. Sede.
All'inizio del XIV secolo, comunque, il Contado jesino aveva una estensione considerevole. Praticamente abbracciava tutta l'attuale Vallesina. Delle ville e dei castelli sorti nel 1200, alcuni, come quelli di Moie, Castelmontano, Boccaleone, Montereturri, Maccarata e Rovegliano, oggi non esistono più. Di taluni, anzi, si ignora addirittura l'ubicazione precisa. «Que­sta distruzione — scrive l'Annibaldi — avvenne per parecchie cause, quali la pestilenza, le guerre, il desiderio di vivere uniti e più sicuri entro le città. Ma la principale fu che i nostri antichi, alle famiglie ed ai popoli che si assoggettava­no a Jesi, imponevano sia di accrescere la città e sia, per non essere costretti a perdere o a difendere punti non difen­dibili, di recarsi ad abitare entro le mura cittadine o dentro i castelli più strategici ed elevati, specialmente verso la peri­feria del Contado». E conclude: «Con questa politica, come il mondo divenne romano, così la valle tra il Musone e il Misa, fra l'Appennino e il mare, divenne jesina: fecit ex omnibus unum».
ORGANIZZAZIONE DEL CONTADO
A questo punto i reggenti della repubblica jesina riten­nero che era tempo di disciplinare l'amministrazione del Contado ed organizzarne la difesa. Nel 1294 compilarono il catasto di tutti i possedimenti contenuti entro il territorio di Jesi, sia degli Jesini che dei contadisti e dei forestieri, escluse le proprietà ecclesiastiche (i proprietari erano classi­ficati per parrocchie). Il catasto era in pergamena ed in bei caratteri.
Per potenziare le proprie finanze, il Comune tra il gen­naio del 1295 ed il giugno del 1297 acquistò dai privati, lungo il corso dell'Esino, più di trenta ruolini e canali nel territorio superiore della città verso la sorgente del fiume; nei primi spese ottomila e quaranta lire ravennati ed anconitane, nei secondi ne spese mille e quattrocentonove e sette soldi. In realtà, si trattò di un investimento eccellente, perché da quei molini il Comune traeva la rendita maggiore e quindi le tasse erano nulle o leggerissime.
Per incrementare gli scambi ed il commercio, nel 1304 il Comune istituiva la fiera di San Settimio, la cui durata era ben maggiore di quella che si tiene oggigiorno; allora comin­ciava il 22 settembre e terminava il 15 ottobre. La fiera di San Settimio era la più importante (così come lo è ancora oggi, pur essendo limitata attualmente a soli tre giorni). Altre fiere famose furono quella di San Floriano, che iniziava il 30 apri­le e si concludeva l’8 maggio, e quella di S. Maria, che si tene­va nel mese di marzo.
La difesa della città e del Contado era però sempre al centro dell'attenzione degli Jesini, ai quali non sfuggivano i vantaggi politici ed economici derivanti dal mantenimento di una radicata influenza sul territorio giurisdizionale. E perché tale difesa fosse possibile era necessario in primo luogo che in città regnassero pace ed armonia. Per raggiungere questo obiettivo, gli Jesini vennero ad una generosa risoluzione.
Una cinquantina di capi delle principali famiglie nel giugno del 1302 giurarono in forma solenne sul Vangelo non solo di non turbare lo stato pacifico della città e di non consentire a chi volesse turbarlo, ma anche di opporsi «a tutta possa» contro chiunque ardisse di turbarlo. E vollero non solo espressamente sottostare, in caso contrario, a tutte le pene contenute negli statuti del Comune, ma anche pregarono il vescovo Leonardo a metter la scomunica contro chiunque di loro rompesse la fatta promessa. E il vescovo nello stesso giorno «il fece paghi».
L'anno dopo il Comune, che aveva acquistato una fascia di terra lunga dodici metri, vi fece scavare un canale per opera di un certo maestro Francesco di S. Anatolia, derivandovi l'acqua dell'Esino e conducendolo fin sotto le mura della città; di quelle mura che nel frattempo erano state ampliate per rac­chiudere entro le stesse anche la borgata di San Pietro. L'am­pliamento delle mura di cinta era stato deciso sia perché il borgo di San Pietro aveva assunto un notevole sviluppo demo­grafico ed edilizio e sia perché il territorio esterno al pomerio era allora battuto da soldataglie che tenevano in costante ap­prensione gli abitanti di quella grossa borgata. Del resto in tutta la città l'edilizia aveva fatto considerevoli passi in avanti. Si andavano sostituendo via via le antiche costruzioni ormai in rovina con nuovi edifici; la città stessa, durante le guerre muni­cipali, era stata cinta di mura simili a quelle romane; ed attor­no a quelle mura appunto venne scavato l'ampio fossato a difesa (il vallato, n.d.A.).
Tra le iniziative più rimarchevoli a difesa del Contado, va ricordato un quadrilatero di rocche agguerrite e situate in posi­zioni strategiche. La prima, detta Follonica, era situata su un colle sulla destra del torrente Cesola, ai confini con Staffolo. Gli Jesini «nel 1303, ai 21 di maggio, la davano in custodia e in governo a Rinalduccio di Bufo da Jesi — scrive Giovanni Annibaldi, che osserva: “Da molto tempo non è che un mucchio di rovine, ove i miseri e i creduli spesso vanno a cercare un tesoro, che non trovano mai...”».

A fianco di quella torre, sulla collina opposta, alla sinistra del Cesola, sorgeva la rocca di Rovegliano («sull'area di questa rocca — osserva ancora l'Annibaldi — la famiglia Ghislieri costruirà una casa di campagna che sempre si chiamerà la torre dei Ghislieri»). Le altre due rocche, entro il castello di Massaccio l'una ed in quello d'Accola l'altra, sorgeranno rispettivamente nel 1365 e nel 1387.

IL PALIO DI SAN FLORIANO
L'atto ufficiale e solenne di «sudditanza» delle popolazioni del Contado verso il nostro Comune era il Palio di San Floriano. Si celebrava il 4 maggio di ogni anno, giorno della festa del santo, e vi si annetteva tanta importanza da considerare quest'atto come la sanzione più inconcussa dei diritti e delle prerogative del Comune di Jesi. La festa di San Floriano è antichissima. Si teneva già nel XII secolo (il conte Trasmondo di Morro, uno dei primi a sottomettersi al Comune di Jesi, nel 1194 si era impegnato a pagare ogni anno anche tre libbre di cera in occasione della festa di S. Floriano).
Cos'era il «palio»? Qualcosa come uno stendardo. Era di seta, per lo più rossa, dal colore dello stemma jesino, e probabilmente vi campeggiava nel mezzo il leone d'argento, rampante e coronato, che è appunto lo stemma del nostro Comune. Anticamente lo presentavano anche i feudatari dei dintorni pur non soggetti a Jesi, per testimonianza di rispetto e di devozione. L'obbligo, invece, vigeva per ogni Comune o castello o villa sottoposti alla giurisdizione del Comune jesino, ed ognuno di essi doveva presentare il suo pallio. A presentarlo era incaricato un sindaco o, per esso, un procuratore od un nunzio; questi veniva eletto ogni anno nel corso di un'assem­blea generale degli uomini dei rispettivi castelli o ville; la nomina dell'incaricato ad intervenire al Palio di Jesi era puntualmente registrata da un notaio, il quale stendeva un atto regolare; l'originale di questo atto o una copia dello stesso veniva portato a mano dall'eletto al Palio di S. Floriano e serviva come documento comprovante l'autorità conferitagli dalla popolazione che egli rappresentava.
I palii dei castelli soggetti dovevano essere presentati al gonfaloniere ed ai priori nobili, cioè ai soli priori cittadini. Si tenga presente che la magistratura della «magnifica e regia città di Jesi» era composta da sei persone: un magistrato e cinque priori; il magistrato doveva essere sempre uno jesino; dei cinque priori, due erano jesini e tre appartenevano al Con­tado. Inizialmente la presentazione del palio avveniva nella chiesa di S. Floriano; poi la cerimonia venne trasferita nelle sale del palazzo dei Priori. L’unico «pallio» giunto fino ai giorni nostri sarebbe quello di Belvedere, usato da quel «castello» l’ultima volta nel 1807. Al centro del drappo, di colore verde, in sete finissima, di fondo azzurro, con strisce tutto attorno, è l’immagine di San Floriano.




I rappresentanti del Contado dovevano giurare obbedienza alla S. Romana Chiesa, al Sommo Pontefice ed all'inclita e magnifica Comunità jesina. Dovevano altresì promettere di conservare il buono, pacifico e tranquillo stato della Comunità e di cooperare alla distruzione di chiunque avesse attentato alla pace della Comunità stessa ; ed a questo scopo tutti gli uomini di ciascun castello, se stessi ed i propri beni dovevano sentirsi in obbligo con l'autorità jesina.
Più anticamente al palio si accompagnava, come abbiamo visto, un'offerta di cera. In seguito questa offerta non sarà più richiesta. In ogni caso, insieme al palio,, si doveva conse­gnare un certo tributo, che per i castelli soggetti era determi­nato dal nostro Comune a seconda della maggiore o minore importanza loro dedotta dal numero dei « fumanti », ossia delle famiglie. Dopo la cerimonia ufficiale vera e propria, la festa di S. Floriano continuava con suoni, canti, gare, ecc. Era consuetudine, ad esempio, il canto di stornelli popolareschi che quelli del Contado indirizzavano al nostro Comune. Così, tra il 1251 e il 1265, gli Staffolani avevano cantato: «Ecco lo palio rosatu — per amor de lo Esinatu — Questo ene lo palio facto a fiore — per lo Esinatu cor de Leone...».
Ma c'era anche chi, del Contado, rifiutava di partecipare alla festa di San Floriano e non mandava ne palio ne ambascia­tore. Contro questi « infedeli » il Comune di Jesi adottava provvedimenti di diversa natura. E' del 10 luglio 1356 un decreto con cui si proibiva alle popolazioni soggette di recarsi a vendere biade ed altre derrate nelle terre che avevano man­cato al debito di portare il palio al dì di S. Floriano.

CORSA ALL'ANELLO

Col passare degli anni, la festa di S. Floriano assunse sem­pre maggiore fastosità e si arricchì di iniziative. Il Gianandrea ricorda quattro consuetudini. Al primo posto pone Formata prò festo Sancii Floriani. E precisa: «Per armata intendevasi un certo numero di cittadini e comitativi chiamati a prestar servizio a tutela dell'ordine e decoro della festa. La città aveva in quei tempi (e il privilegio glien'è durato sino al finire del XVIII secolo) una milizia propria, divisa in quat­tro compagnie». Questa milizia era comandata da un capitano (anticamente era detto «conestabile»), che era un nobile e retribuito, per tale ufficio, semplicemente d'onore.
Altra consuetudine della festa: l'intervento di pifferi, trombettieri e tamburini. E con essi altri suonatori di ciaramelle, di liuto, d'arpa, di cetra e di ribichini: tutta gente che giungeva appositamente da fuori Contado e che il Comune di Jesi invi­tava annualmente per allietare i festeggiamenti.
V'era poi la corsa all'anello, la più importante e popolare di tali consuetudini. Si trattava di una gara di destrezza. L'a­nello, d'argento o di rame inargentato, era sospeso ad una funicella in piazza San Floriano (oggi Federico II) e doveva essere infilato, in corsa, dai concorrenti. Alla gara prende­vano parte tanto i cittadini che i comitativi. E sovente v'erano ammessi anche i forestieri. Il vincitore riceveva in premio l'a­nello, ma non se lo portava a casa, perché il Comune lo riscattava onde potersene servire nella gara dell'anno sucessivo o in altre manifestazioni. La corsa all'anello, allora, era molto in voga (quanto a popolarità, potremmo paragonarla all'attuale gioco del calcio) e si disputava, ad esempio, anche nella celebre solennità annuale per la riconferma di dominio sulla badia di Chiaravalle.
Consuetudine immancabile era infine quella dell'illuminazione della piazza e, riteniamo, anche delle strade principali del nucleo storico della città. Per la luminaria pubblica nella festa di San Floriano il Comune di Jesi impiegava annualmente venticinque libbre di cera.

La storia di Jesi - leggi l'e-book

martedì 22 gennaio 2013

L'ARTE DELLA STAMPA

FEDERICO CONTI E IL MANUZI, TIPOGRAFI IN JESI

Nel XV secolo a Jesi era sorta un'importante attività artistico-artigianale, quella dei tipografi, che doveva dare alla città un importante primato nell'arte della stampa: la prima edizione veramente italiana della Divina Commedia. Verso la metà del secolo, in Germania, Giovanni Gutemberg aveva inventato i caratteri mobili di stampa e aperto a Magonza la prima stamperia. Finanziato da due concittadini, aveva pubblicato il primo libro a stampa, la famosa Bibbia latina, detta "Mazarina". Qualche anno dopo, nuova arte fu introdotta da Aldo Manuzio, che aveva aperto a Venezia una tipografia destinata a diventare in breve la più rinomata d'Europa. Il Manuzio era nativo di Staffolo e parente del nostro jesino Manuzi, a sua volta tipografo. Sull'esempio di Magonza e Venezia, Jesi fu una delle prime città italiane ad avere una tipografia, che era stata qui aperta per l'esattezza nel 1470, dal veronese Federico Conti, a cui sono intitolate a Jesi sia una via, sia una scuola elementare. Il 18 Luglio 1472, il Conti finiva di stampare nella sua tipografia jesina l'edizione "Principe" della Divina Commedia di Dante Alighieri. Vero è che cento giorni prima anche a Foligno e Mantova era stato finito di stampare il capolavoro di Dante, ma mentre l'edizione Jesina era opera di un valente tipografo italiano, le altre due edizioni erano uscite dalle mani di due tipografi tedeschi, provenienti proprio da Magonza. Le copie della Divina Commedia stampate a Jesi e giunte fino a noi sono cinque: una è conservata a Vicenza, una a Udine, due a Verona e l'ultima al British Museum di Londra.

Federico Conti visse a Jesi poco più di quattro anni, durante i quali pubblicò, oltre al capolavoro dantesco, due edizioni delle "Costituzioni Egidiane", le "Letture di Baldo da Perugia" e la "Quadrica Spirituale di Niccolò da Osimo". Era stato accolto a Jesi nel migliore dei modi, gli era stata subito conferita la cittadinanza jesina e aveva ricevuto stabili ed emolumenti vistosi per dargli agio di campare la vita nell'opulenza. Ma poi, per traversie familiari e a ltro, finì col dissipare tutto in breve tempo. Ridotto in miseria, fu messo anche in prigione, da dove riuscì a scappare (o lo fecero scappare?), spostandosi da un posto all'altro sempre in piena miseria.
Racconta il Colini: "Lo strazio di quella vita raminga, il dolore di vedersi separato dai suoi figli e il ricordo dei giorni felici trascorsi inaridirono quell'esistenza, che forse ancor fioriva sul verde stelo della virilità, e sullo scorcio del 1477 scendeva nel sepolcro senza il rimpianto della moglie, che poco prima aveva perduto, senza l'ultimo bacio dei figli, che aveva lontani, e senza il cordoglio degli amici."

La storia di Jesi - Leggi l'e-book