venerdì 11 febbraio 2011

IL BASSO MEDIOEVO (DAL 500 ALL'800 D.C.)


IL NUOVO CONFINE

Nel 584 saliva al trono longobardo Autari, il quale, dopo aver tentato di assoggettare definitivamente anche la Vallesina, nel 589 stabilì il confine del suo regno, il quale andava dalla foce del torrente Cesola sino al fiume Musone; il nuovo confine, quindi, passava a pochi chilometri da Jesi, per cui è facile immaginare che, dal momento che le ostilità fra Longobardi e Bizantini erano all'ordine del giorno (e lo furono per circa due secoli), la nostra città dovette sopportare continue sofferenze per le aggressioni, le violenze, le uccisioni dei Longobardi, sempre pronti ad affacciarsi al di là dei propri confini. Un notevole miglioramento delle condizioni dell'Italia si ebbe quando il Papato, intromettendosi fra Bizantini e Longobardi, riuscì ad attrarre a se questi ultimi — che intanto stavano perdendo la loro primitiva barbarie — convertendoli dall'arianesimo alla religione cattolica.
Bisogna tenere presente, a questo punto, che il prestigio della Chiesa era aumentato in misura considerevole e la sua influenza era spesso determinante anche nelle cose civili. Il vescovo veniva considerato quasi ovunque il personaggio più importante della città e finì per avere ampi poteri nell'elezione delle magistrature cittadine e provinciali. Ad accrescere il prestigio della Chiesa aveva contribuito in gran parte l'opera dei monaci. Il monachesimo, che aveva avuto larghissima diffusione nel V e nel VI secolo, era stato rinnovato ed organizzato da San Benedetto da Norcia o dovunque, anche nella Vallesina, erano sorti numerosi monasteri. Nei quali non solo si pregava, ma si lavorava. I monaci facevano tutti i mestieri: coltivavano i campi, insegnavano a leggere e a scrivere, trascrivevano i libri antichi, aiutavano i poveri e i miserabili, curavano gli inferrmi. Insomma, l'ordine benedettino diede una spinta decisiva al progresso civile della società d'allora.
La conversione dei Longobardi al cattolicesimo avvenne per opera di papa Gregorio (il più grande pontefice di quei tempi, a cui i posteri diedero il titolo di Magno) e per l'influsso di una regina longobarda, Teodolinda. Gregorio Magno (590-604), che era stato monaco dei benedettini, fu in effetti un grande benefattore degli Italiani in quel triste periodo della nostra storia. E le popolazioni d'Italia sottoposte ai soprusi bizantini finirono per raccogliersi intorno al papa.
LA REPUBBLICA JESINA
Jesi a quel tempo si governava in forma repubblicana e, seppure sotto la «protezione» dell'esarca ravennate, per molti aspetti era già libera ed indipendente. Che fosse retta a repubblica lo attestano anche due lettere di Gregorio Magno, scritte poco dopo che i Longobardi erano stati ricacciati da Jesi al di là della linea di confine tra il Cesola e il Musone.
A causa dell'occupazione longobarda, la sede vescovile della nostra diocesi era rimasta a lungo vacante. Dalla «Cronografia dei vescovi di Jesi» parrebbe addirittura che, dopo San Settimio, sia stata vacante per quasi due secoli. In realtà si tratta di un «vuoto» dovuto alla dispersione di ogni documento relativo a quel periodo. Dopo San Settimio (sulla cui vera identità peraltro la critica ancora discute), il primo vescovo jesino di cui si ha memoria è Marciano, sul conto del quale tuttavia gii studiosi non sono concordi nell'attribuirgli la sede dell'episcopato: non di Jesi sarebbe stato vescovo, infatti, ma di Aeca, l'attuale Troia, in Puglia. Di Marciano, ad ogni modo, si sa per certo soltanto che il 23 ottobre del 501 presenziò in Roma, con altri settantacinque vescovi, il Sinodo Palmare nel quale venne sancito il principio che il pontefice non può essere giudicato da nessun tribunale umano.
Scacciati dunque i Longobardi, Gregorio Magno, in seguito ad una precisa richiesta delle autorità civili jesine, aveva ordinato al vescovo di Ancona, Severo, di recarsi nella nostra città in visita ufficiale per eleggere il nuovo presule. La prima lettera di papa Gregorio era diretta al vescovo di Ancona: «Ora che la città di Jesi è stata, con l'aiuto di Dio, ricuperata e sappiamo che è retta dalla repubblica, si deve avere della stessa chiesa grande sollecitudine, anche perché sappiamo che per questo motivo il nostro glorioso figlio Baham, capitano delle milizie, attende sostegno e perciò ci siamo preoccupati di indirizzare la presente a te, fratello, affinché personalmente vada a Jesi come visitatore ufficiale...». Questa lettera, come l'altra che segue, naturalmente era scritta in latino.
La seconda lettera era indirizzata da Gregorio Magno «al clero, alle autorità e al popolo della città di Jesi» ed aveva per oggetto, appunto, l'elezione del vescovo: «Sapendo che la vostra chiesa è stata lungamente privata del vescovo e pastore, dopo che la vostra città è stata liberata e, con l'aiuto di Dio, restituita all'ordinamento repubblicano, ci siamo preoccupati di delegare solennemente alla visita della vostra chiesa Severo, fratello nell'episcopato e vescovo di Ancona...».
Le due lettere risalgono alla fine del 600. Come andasse l'elezione del vescovo, non si sa. Certamente fu eletto qualcuno e, dopo di lui, altri vescovi, seppure la «cronografia» elenchi, quale terzo vescovo della diocesi di Jesi, un certo Calempioso di cui si ha notizia nel 647 (non riteniamo che sia lo stesso nominato da Gregorio Magno dopo l'intervento di Severo: mezzo secolo di episcopato sarebbe un bei record!). A Calempioso seguì il vescovo Onesto (detto anche Onorato), il quale è ricordato perché nel 680 sottoscrisse una lettera sinodale con papa S. Agatone.
IL POTERE TEMPORALE
Mentre i Longobardi dirozzavano i loro costumi ed uniformavano sempre più le loro leggi allo spirito cristiano e latino, gli imperatori d'oriente, nonostante avessero le loro gatte da pelare per annose questioni interne e per una logorante lotta contro nemici esterni, non lasciavano passare occasione per inasprire gli animi degli Italiani a loro soggetti, ora con pressioni fiscali e ora con ingerenze di carattere religioso che provocavano frequenti dissidi con la Chiesa di Roma. Tutto ciò contribuì ad accrescere negli Italiani sentimenti di ribellione verso il dispotismo dei Greci. Ed alla fine si giunse, com'era inevitabile, alla rottura.
Furono due decreti dell'imperatore bizantino, Leone l'Isaurico, a far scoppiare la scintilla: col primo si raddoppiava l'imposta fondiaria e col secondo (emanato nel 726) si ordinava, contro la volontà del Papa, la distruzione di tutte le immagini sacre venerate dai cristiani. Il pontefice dell'epoca, Gregorio II, scomunicò Leone come eretico e gli Italiani si sollevarono contro i funzionari bizantini. Anche Jesi partecipò all'insurrezione, cacciando gli ufficiali greci e sostituendoli con elementi del posto.
Di questa nuova situazione cercò di approfittare Liutprando, che nel 712 era stato eletto re dei Longobardi. Liutprando, che era cattolico, mise le sue armi al servizio del papa, ma col segreto proposito di annettere al suo regno le terre dei Bizantini. Secondo alcune fonti, le città dell'Emilia, della Pentapoli e Osimo furono invase dai Longobardi; secondo altre, si sotto-misero spontaneamente a Liutprando. Sta di fatto che i Longobardi stazionarono per lungo tempo nel nostro territorio, fino a quando questo non tornò, per le insistenze del Papa (che, nonostante tutto, non voleva rompere definitivamente con Bisanzio), in potere dell'impero orientale.
Il successore di Liutprando, Astolfo, re di pochi scrupoli, decise subito di assoggettare tutta l'Italia. Occupò le terre dell'Esarcato e puntò su Roma. Papa Stefano II, non potendo contare sull'aiuto di Bisanzio, si rivolse al re dei Franchi, Pipino, il quale venne in Italia con un esercito, affrontò i Longobardi e li sconfisse, ordinando che le provincie italiane dell'impero d'oriente passassero sotto il governo del Papa. Ma l'esercito di Pipino era ancora sulla via del ritorno che già Astolfo assediava di nuovo Roma. Pipino, informato della cosa, tornava sui suoi passi e sbaragliava per la seconda volta le forze longobarde. Questa volta le condizioni imposte dal re franco furono molto più dure: il papa riceveva in dono da Pipino tutte le terre bizantine da Roma a Ravenna e cioè il Lazio, l'Umbria, le Marche e la Romagna. Nasceva così lo Stato della Chiesa — il potere temporale dei papi — che doveva durare ben undici secoli.
La donazione di Pipino a papa Stefano II (754) comprendeva dunque anche Jesi. Più tardi, Desiderio, succeduto ad Astolfo, riconquistava gran parte del territorio assegnato da Pipino alla Chiesa, abbandonandosi ad atti di crudeltà e sac¬cheggi, quindi marciava su Roma. Il nuovo pontefice, Adriano I, chiese l'intervento di Carlo Magno, re dei Franchi. Questi di-scese in Italia deciso a farla finita una volta per tutte con la prepotenza dei Longobardi. Li affrontò a Val di Susa e li annientò, facendo prigioniero lo stesso Desiderio con la moglie e i figli (774). Carlo Magno unì al suo regno quello dei Longobardi, poi confermò al Papa la donazione delle terre fatta a suo tempo da Pipino. Il 25 dicembre dell'800, in San Pietro a Roma, Carlo Magno veniva solennemente incoronato, da papa Leone III, imperatore dei Romani.
L'ISTITUZIONE DELLE MARCHE
Dopo aver distrutto il regno dei Longobardi, Carlo Magno, il più grande sovrano del Medio Evo, aveva sottomesso altri popoli, formando un impero molto vasto che andava, grosso modo, dal Danubio all'oceano Atlantico, dall'Elba ai Pirenei e che fu detto «Sacro Romano Impero» perché sembrava che fosse risorto l'antico impero romano d'occidente. Giova ricordare che Carlo Magno aveva diviso l'impero in tante province dette contee, le più grandi delle quali, quelle di confine, lasciate di proposito più vaste per ragioni militari, erano state chiamate marche; a quel tempo risale dunque l'origine della parola che darà in seguito il nome alla nostra regione.
Intanto si affacciava alla ribalta della nostra storia un nuovo popolo, quello degli Arabi. Questa volta l'attacco veniva dal Sud. Gli Arabi, infatti, partiti della Tunisia, presero ad aggredire con i loro agili vascelli le coste della Sicilia e dell'Italia meridionale, al solito malamente difese dai Bizantini. Le loro scorribande terrorizzarono per lungo tempo soprattutto le popolazioni rivierasche della nostra penisola, facili bersagli di questi predoni del mare, meglio conosciuti come saraceni ossia orientali.
Nei primi decenni del IX secolo gli Arabi riuscirono, dopo aver scacciato i Greci, a stabilirsi in Sicilia. Quindi cercarono di risalire la penisola: occuparono Taranto, distrussero la flotta veneziana e un brutto giorno, agli ordini di un certo Sabba, sbarcarono in Ancona, che incendiarono, conducendo seco molti prigionieri. Forse nell'occasione si spinsero anche verso Jesi, ma, a parere del Gianandrea, non tanto da giungere fino a noi. Sul versante tirrenico riuscirono anche a saccheggiare la chiesa di San Pietro in Roma. Le flotte di Napoli, Gaeta e Amalfi, di comune accordo, affrontarono alla fine quella dei Saraceni e la sconfissero nella battaglia di Ostia (849); ma i Saraceni, anche se in misura minore, continueranno per molti anni ancora a terrorizzare le popolazioni con le loro non infrequenti piraterie.

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