giovedì 24 luglio 2014

LA CHIESA DELLE GRAZIE


LA CHIESA DELLE GRAZIE

Ogni tanto, comunque, anche se costrettivi da situazioni contingenti, Jesini e Anconetani erano capaci di concedersi qualche periodo di tregua. Il 28 ottobre del 1454, ad esempio, una solenne composizione tra le due città, massime pei negozi del passo e dell'acqua, era stipulata tra le due città rivali; la tregua era sancita da capitoli, che si facevano per anni venti. Praticamente, in quel periodo Jesini e Anconetani erano stati costretti a mettere da parte ogni rancore per il sopraggiungere di una brutta calamità che non avrebbe risparmiato la regione. Si diffuse, infatti, e infierì crudelmente la peste marrana, la quale serpeggiò, con brevi intervalli, per tutta l'Italia dal 1450 al 1457. A Jesi si manifestò verso la fine del '54 e durò fino al '56. La peste assalì con tanto impeto la nostra città che non bastavano i deputati a seppellire i morti e a governare gli ammalati, i quali erano così numerosi che, sebbene non campavano più di due giorni, nella sola nostra città se ne contavano fino a tre o quattrocento al giorno. Invano si cercarono rimedi per debellare il grave morbo. Alla fine il popolo ricorse all'aiuto di Dio e fece voto di edifi­care una chiesa in onore della Madonna. Le invocazioni degli Jesini vennero esaudite, perché di lì a poco tempo la peste cessò. I superstiti, allora, per tener fede alla promessa fatta, si diedero subito da fare per costruire la chiesa, che venne edificata fuori delle mura, in contrada Terravecchia (ove è oggi la chiesa delle Grazie). Narra il Grizio: «Dicesi che la detta chiesa, aiutando gli uomini e le donne, le fanciulle e i fanciulli a portare la pietra, l'acqua e la calcina, fu fabbricata in un giorno».
La chiesa (in realtà era una chiesetta) venne intitolata a Santa Maria Egiziaca, «Nome veramente esotico — scrive il carmelitano C. M. Catena — che può avere la sua spiegazione sia in un presunto tipo orientale della pittura, sia anche come un'eco di quella diceria che in quei tempi girava attorno ai car­melitani (la loro S. Maria non sarebbe stata la Madre di Dio, bensì la penitente S. Maria Egiziaca; diceria sfatata dal Manto­vano nella sua Apologia del 1513)». Nella chiesetta venne sistemata una immagine della Madonna, vecchia almeno di cento anni, che si trovava sul muro esterno di un casolare fuo­ri porta, nella stessa contrada di Terravecchia, e che si vuole opera di un pittore bolognese, certo Lippo di Dalmazio. Questa chiesa avrà il titolo di Santa Maria delle Grazie solo nel 1565.
Eretta la chiesa, il Consiglio generale chiamò ad officiarla un certo Andrea da Matelica (lo stesso Consiglio nel 1486, con delibera votata all'unanimità, accoglierà la richiesta dei Car­melitani di prendere ufficialmente possesso della chiesa stes­sa). Nel 1466 nell'interno di quel tempio venne posta una bellissima opera pittorica — attribuita dai più ad Antonio da Fabriano — raffigurante la Madonna con ai piedi un gran numero di fedeli. Molto probabilmente essa sostituì quella che, secondo la tradizione, era stata dipinta da Lippo di Dalmazio. L'autore del nuovo affresco si è raffigurato, in atteg­giamento ispirato, in prima fila, a sinistra di chi guarda, tra la folla dei fedeli.
«L'affresco — scrisse il Benigni — ha evidenti caratteri quattrocenteschi e, precisamente, caratteri della scuola del Gentile, che richiamano influssi senesi e fiorentini, quali si riscontrano nell'arte del grande fabrianese: il senso tutto affatto musicale del colore, lo squisito senso decorativo, il preziosismo dei broccati e degli ori, nonché le ricerche naturali etiche tendenti ad individuare volti ed atteggiamenti. L'aspetto ieratico della Vergine, che estende il suo manto di materna protezione su tutti i figli suoi, e le sue stesse proporzioni super-umane stanno come ad esaltare la potenza spirituale di lei, cui splende in grembo il Figlio di Dio».


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