venerdì 3 agosto 2012

FEDERICO II

         FEDERICO II      
Federico II attraversa la Marca con il suo esercito. 
Entra trionfale a Jesi, sua città natale, e chiede alla popolazione: volete il Porto e il fiume Esino navigabile o il titolo di Città Regia? E gli Jesini si onorarono del titolo di città regia.


Mentre Federico II, l'aquilotto svevo, cresceva sotto la vi­gilanza della Chiesa romana e mentre lungo l'Esino andava for­mandosi il Contado di Jesi, nella Marca di Ancona spadroneggiava Markwaid d'Anweiler, gran siniscalco dell'impero tedesco.
Il papa inviò allora nella Marca, quali suoi delegati, i cardinali Giovanni di S. Prisca e Cencio di S. Lorenzo in Lucina per invi­tare Markwaid a sottomettersi alla Chiesa. Il marchese, da uomo scaltro e audace, finse dapprima di voler ubbidire, ma poi si rifiutò di rendere omaggio ai rappresentanti del papa e vol­le sfogare la sua ira infierendo per la città e per le campagne; incendiò paesi, saccheggiò chiese e castelli, bruciò messi e case e commise infinite atrocità alla presenza dei cardinali. Innocenzo III raccolse la sfida, pronunciò la sentenza di scomunica contro l'avversario e fece arruolare truppe. Ben presto un esercito vitto­rioso attraversava le terre occupate da Markwaid e distruggeva le fortezze in suo potere. La lotta si svolse aspra, specie nei pressi di Ancona. Il Comune di Jesi spiegò la maggiore attività nel di­fendere la causa del Papa e della libertà, offrendo i suoi beni ed il suo sangue.
Vista la mala parata, Markwaid non ebbe altra scelta che la fuga. E riparò nel regno di Sicilia. Sbarazzatosi di questo terribile guerriero, Innocenzo III si trovò solo davanti alle città che l'avevano aiutato a cacciare il comune nemico. Il 17 maggio 1199 egli scriveva agli abitanti di Jesi una lettera che suonava come un canto di vittoria: la Marca apparteneva tutta alla Santa Sede, tranne Camerino ed Ascoli; li ringraziava dell'appoggio avuto nella lotta contro l'oppressore e chiedeva di conti­nuare a combattere contro le città ribelli.
Ma le città questa volta non risposero all'appello del Papa. Se avevano combattuto contro Markwaid, nel nome della Chiesa, non lo avevano fatto evidentemente per un dovere di sudditanza, ma perché, stanchi dei soprusi del marchese di Anweiler, volevano liberarsene. I Comuni, infatti, intendevano ormai decidere ed agire «in piena autonomia». Cosicché si rifiutarono di obbedire agli ordini della Santa Sede e di pagare il censo an­nuale, sebbene il Papa esigesse meno dell'impero. E così, «in pie­na autonomia», fra l'altro presero a combattersi fra di loro, per ragioni, soprattutto, di dominio territoriale.
 JESINI ALLE ARMI
Nel 1201 anche gli Jesini, che non erano tipi da starsene alla finestra, presero parte attiva ad una delle liti che d'ora in avanti scoppieranno di tanto in tanto fra Comuni e che finiran­no spesso in sanguinose battaglie. In quella guerra degli inizi del XIII secolo gli Jesini, che avevano per alleati gli Osimani, i Fermani ed i Fanesi, erano scesi in armi contro gli Anconetani, che a loro volta erano spalleggiati da altri Comuni. «Al­le discordie fra le città marchigiane — scrive il Natalucci — accennano due lettere del Papa, ambedue in data 23 novembre del 1200, l'una diretta ai Fermani, agli Anconetani e agli Osi­mani; l'altra ai Fanesi, agli Jesini e ai Pesaresi, oltre ad una lettera diretta dal medesimo agli Osimani in data 1 aprile 1201». Il pontefice parla di discordia fra Anconetani e Jesini, il che fa supporre che fossero questi i maggiori protagonisti della contesa.
Sulle vicende di quella guerra si sa che gli Anconetani sconfissero i Fermani e gli Osimani presso il Castello di S. Elpidio; lo scontro fra i due eserciti quindi avvenne sul fronte sud dello schieramento e gli Jesini non vi parteciparono. La pace tra Ancona e le città nemiche fu conclusa presso il castello di Polverigi e fu consacrata in un atto solenne il 16 gennaio del 1202, presenti probabilmente i delegati del Papa. I Fermani e gli uomini dei loro castelli, gli Osimani e gli Je­sini si impegnavano a sospendere ogni forma di ostilità e giuravano pace perpetua con gli Anconitani e i loro alleati, tra cui sono ricordati gli uomini di Camerano, gli aderenti alla lega della valle dell'Esino e di Senigallia e infine i Pesaresi. Veni­vano inoltre presi accordi circa la restituzione dei prigionieri e degli altri beni usurpati nel corso della guerra e circa i fu­turi rapporti di buon vicinato tra le diverse città e castelli. L'atto, rogato da un tale Tommaso, notaio di Osimo, veniva solennemente promulgato dal podestà di Ancona, Ugolino Gosia, e confermato da tutti i rappresentanti delle due parti.
Per Jesi intervenne il podestà Ugaccione Egidio, il quale l'anno successivo ritornò a Polverigi — e con lui i rappresen­tanti di tutti gli altri Comuni interessati — perché la pace dovette essere rinnovata. Poiché in quello stesso 1203 Ancona, coll'apporto di Osimo e di Jesi, aiutava Senigallia a liberarsi dalla tirannide di Gottibaldo, fautore del partito imperiale, che come tale era stato escluso dalla pace di Polverigi, è presu­mibile che la ristipulazione della pace fosse stata determinata da quel recentissimo fatto d'arme.
IL GIURAMENTO DI FEDERICO
Intanto l'impero tedesco, con la morte di Enrico VI, era precipitato nel caos. I feudatari, che non volevano saperne di essere comandati dall'erede al trono Federico II, ancora fan­ciullo, si combattevano fra di loro per la successione. I ghi­bellini avevano eletto loro capo Filippo di Svevia, fratello di Enrico VI; i guelfi avevano nominato invece Ottone IV di Brunswick. Era, insomma, la guerra civile. Innocenzo III, di fronte a questa nuova situazione, sulle prime era rimasto a vedere chi avesse la meglio, poi aveva appoggiato Ottone IV; cosicché, quando questi aveva liquidato il rivale, il Papa si era fatto avanti per ottenere da lui il riconoscimento della sovranità della Chiesa sui territori della Stato pontificio, ivi compresa naturalmente la Pentapoli.
Avuto tale riconoscimento, Innocenzo III si adoperò per riorganizzare lo Stato pontificio. Il 21 settembre 1207 convocò un'assemblea di vescovi, abati, conti, baroni, podestà e consoli del Patrimonio, dell'Umbria e delle Marche, ma anche se al momento tutti gli intervenuti giurarono di rispettare le diret­tive del pontefice, in realtà sia nelle città e che in campagna continuarono le lotte faziose. E poiché, oltre a questo, molti Comuni erano inclini a preferire al governo del legato pon­tificio la dominazione tedesca, il Papa nominò un capo militare, scelto fra i nobili di provata fedeltà, con l'incarico di far rispet­tare l'autorità della Chiesa. La Marca di Ancona venne affidata al marchese Azzo VI d'Este, primo rappresentante del partito guelfo in Italia e cugino di Ottone IV. Gli abitanti della Marca però si rifiutarono di riconoscerlo.
A peggiorare le cose per lo Stato pontificio venne poi la ritrattazione di Ottone IV, il quale rivendicò i propri diritti e occupò parecchie terre e città di quello Stato. Innocenzo III al­lora lo scomunicò e, dopo aver cercato appoggi nel partito che in Germania era contrario ad Ottone IV, decise che era tempo di far valere i diritti di Federico II sulla corona imperiale. Federico II, ormai diciottenne, era abbastanza grande e soprattutto abbastanza intelligente per rendersi conto di come stavano le cose. Cosicché ad Innocenzo III, che prima di favorire la sua candidatura gli aveva chiesto di giurare di scindere la corona di Sicilia da quella dell'impero, di riconoscere il patto firmato da Ottone IV sui territori della Chiesa e di allestire al più pre­sto una crociata contro i Turchi, Federico II aveva promesso tutto e giurato tutto, ma forse con l'animo di non mantenere nulla.
Sta di fatto che la sua «uscita» risultò tempestiva e for­tunata. Infatti dopo pochi mesi otteneva dai feudatari tedeschi il riconoscimento ufficiale.
 IL RITORNO A JESI
 Mentre Federico II si poneva a capo dell'impero, in alcune zone dello Stato Pontificio si dimostrava una sempre più palese simpatia per il partito ghibellino. Nella Marca di Ancona, esclusa Fano, le città erano tutte per l'impero. Già si è detto che la presenza di Azzo IV d'Este non era stata affatto gradita, così come non era stato riconosciuto l'incarico di cui era stato inve­stito Aldobrandino, figlio di Azzo IV, alla morte di questi.
A differenza del padre, però, Aldobrandino si era proposto di sottomettere, con la forza se necessario, le città marchigiane ribelli. Le quali si appellarono allora a Gualtiero, conte di Ce­lano, per controbattere i propositi del marchese d'Este. E poi­ché sia Aldobrandino che Gualtiero avevano allestito un eser­cito, la parola decisiva fu lasciata alla forza delle armi. La battaglia avvenne nel 1214. Secondo Girolamo Baldassini, in quella occasione gli Jesini furono dalla parte di Aldobrandino. Dice, infatti: «Memo­rabile fu la sconfitta che egli (cioè il conte di Celano) ebbe dagli Anconetani, che erano in lega con Fanesi e Jesini. Nel mese di settembre furono di fronte i due nemici e poderosi eserciti e vennero tosto alle mani; e dopo un sanguinoso non men che ostinato combattimento con vicendevole mortalità dall'una e dall'altra parte, riuscì finalmente al marchese, col favore dei suddetti Fanesi e Jesini, di riportare sopra l'armi nemiche una segnalata vittoria, essendo restato sul campo anche il sopran­nominato Gualtiero, estinto. La guerra contro i ribelli della Chiesa — aggiunge lo stesso Baldassini — fu continuata tutto il mese di novembre, e non fu difficile al suddetto marchese sottomettere quasi tutta la Marca all'obbedienza della Santa Sede ».
L'affermazione del nostro storico circa l'allineamento delle truppe jesine a fianco anziché contro Aldobrandino non con­corda con l'allineamento che fa intendere il Natalucci (è ver­sione comune invece a molti storici la fine dell'Aldobrandino, che sarebbe morto avvelenato in Ancona nel 1215 ad opera di partigiani della fazione avversa). Ed appare tanto più discutibile l'affermazione di Girolamo Baldassini se si tiene presente che ad appena due anni di distanza da quella «memorabile sconfìtta», Federico II, di passaggio per la Marca, si contentò di venire invitato dal Magistrato di questa città. 
Vera o no l'affermazione del nostro storico, nel 1216 Jesi è comunque certamente ghibellina. Quanto meno a giudicare dalle festose accoglienze che gli Jesini tributarono al loro gran­de concittadino. Vale la pena di seguire la descrizione che ne fa il Grizio: «Oltre gli altri suntuosissimi apparati fatti per la ve­nuta di un tanto uomo, fu innalzato in suo onore un arco di mar­mo nella piazza di S. Floriano con bellissimo disegno e architet­tura, pieno di statue ed epitaffi, fra i quali alcuni dicevano: NATUS EST HIC NOBIS FEDERICUS II IMPER. SEMPER AUGUSTUS ET AESINAE PATRIAE PATER».
A questo punto il Grizio osserva che, stando a quanto gli era stato raccontato da un vecchio, certo Giovanni Maria Catani, ai tempi di quest'ultimo, un Girolamo Ripanti, nel fare certi scavi, aveva ritrovato i fondamenti di quell'arco trionfale. Che lo stesso Ripanti aveva poi posto, insieme con alcune medaglie (nel rovescio delle quali aveva ingegnosamente scolpito l'Ar­me della sua famiglia), nelle mura di un casamento che egli, per sua ricreazione, in una villa aveva cominciato a fabbricare.
« L'imperatore, dunque — continua il Grizio — essendo venuto a Jesi e vedendo che con grandissima allegrezza e felici­tà del popolo erano ogni giorno, solo per onorarlo, fatti bellissimi giochi e spettacoli, per dimostrare che tutte queste cose gli erano graditissime, non solo con le vane parole ma anche con i fatti, concesse alla città molti privilegi: ornò il Leone, arme di questo Comune, di una corona reale e diede a Jesi il titolo di Repubblica». Questo titolo Jesi continuò a «ritener­lo» per vari secoli; al tempo del Grizio, e cioè nel 1500, negli atti ufficiali si scriveva: RESPUBLICA AESINA LIBERTAS ECCLESIASTICA (ma non ci aveva detto l'Annibaldi che quel «libertas ecclesiastica» aveva tutt'altro significato?).
A proposito di corona imperiale, tradizione vuole che Federico II, il quale avrebbe voluto rendere navigabile il fiume Esino, ponesse gli Jesini davanti all'alternativa: o il porto o il titolo di città regia. La scelta cadde su quest'ultima, come ci ha detto poco più avanti il Grizio.
«Federico II fu tanto amato e riverito dagli Jesini che ancor oggi, in sua memoria, una contrada presso il nostro fiume, a due miglia dalla città verso libeccio si chiama "passo dell'Im­peratore". E vogliono che si chiamasse così perché Federico II, venendo in Jesi, su quel punto traghettò l'Esino. E non fu fatta in quel tempo fabbrica o istrumento che non vi fosse scolpito e scritto il nome suo. E poiché questo invitto imperatore aspirava veramente ad una vera e grandissima fama di liberalità, concesse poi ai Nostri anche grandissimi privilegi di esenzioni. Donò al Comune molti luoghi e Castelli, e rese spaventosa a tutte le terre vicine questa città. Nell’occorrenza difendeva con le sue potenti armi la grandezza di Jesi e minacciava sangue e morte a quelli che avessero avuto ardire di muover le armi contro i nostri cittadini.»



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